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1 LUGLIO A ROMA CONTRO LA LEGGE BAVAGLIO

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Ho partecipato all’assemblea straordinaria di Articolo21, interamente dedicata alla cosiddetta “legge bavaglio” e alla manifestazione nazionale del 1° luglio. Una manifestazione, come più volte sottolineato nel corso della serata, destinata non ai soli addetti ai lavori, ma a tutta la società civile il cui diritto a conoscere e a essere informati verrebbe profondamente e radicalmente compromesso. Dunque il 1 luglio saremo a Roma contro questa legge. Una legge fortemente voluta dal governo che, sentendo montare l’indignazione dei cittadini per una serie ripetuta di scandali che si abbattono sulla classe politica con impressionante frequenza, ha colto il pretesto degli abusi nella pubblicazione delle intercettazioni per varare una nuova legge bavaglio. Una legge che, se andrà in vigore, avrà due conseguenze: rendere più difficile, per la magistratura, l’utilizzazione di questo mezzo d’indagine e limitare fortemente il diritto-dovere dei giornalisti di informare i cittadini, per assicurare la garanzia fondamentale in un sistema democratico: il controllo dell’opinione pubblica sull’operato di chi ricopre un incarico pubblico.

Quando la politica parla troppo di grandi princìpi, puzza di bruciato. Perché i princìpi si rispettano, se ci si riesce, non si sbandierano. Ma quando si sbandierano, con il contorno di dotte citazioni dei maestri del pensiero, è bene diffidare da quel fumo di ipocrisia che copre l’arrosto: gli interessi. La vicenda della legge sulle intercettazioni è, in realtà, abbastanza chiara e l’opinione pubblica, al di là della propaganda, ne ha capito benissimo il significato e, soprattutto, gli obbiettivi. Si possono riassumere in poche parole. Nei mesi scorsi, i giornali hanno documentato, anche attraverso la pubblicazione di conversazioni telefoniche, un clima di corruzione politico-amministrativa estesa e preoccupante. Alcune volte con gravi risvolti penali, altre volte solo con caratteri di malcostume. Ci sono stati certamente episodi in cui la rivelazione di particolari ininfluenti, rispetto alle indagini, ha colpito la sfera della riservatezza delle persone. E ha infangato l’onore dovuto a chiunque sia sottoposto a un’inchiesta, per l’obbligata presunzione d’innocenza fino a giudizio definitivo. Con violazioni della legge in vigore che già proibisce questi comportamenti e che, se fosse osservata, sarebbe assolutamente in grado di tutelare questi fondamentali diritti.

Quello che più sorprende è la sottovalutazione degli effetti-boomerang di questa vicenda proprio nell’elettorato di centrodestra. E’ ingenuo pensare che l’elevazione di questa barriera preventiva a tutela degli interessi della classe politica riesca a ridurre il distacco che si sta approfondendo tra la cosiddetta ”casta” e i cittadini. In particolare, quella parte dei ceti moderati e popolari che ha votato per il Pdl è più sensibile alle parole d’ordine di maggior tutela della sicurezza lanciate in campagna elettorale proprio da quei partiti. Non si capisce come possano plaudire alle limitazioni d’indagini, a causa delle maggiori difficoltà per poter intercettare le conversazioni, a cui saranno costretti magistrati e forze dell’ordine. Né come questa legge possa rientrare nelle priorità dei loro interessi quotidiani, che non sembrano particolarmente minacciati da intercettazioni. E’ abbastanza illusorio, inoltre, che la legge approvata al Senato riesca a evitare la pubblicazione di indiscrezioni sulle indagini in corso.

Il rapporto tra magistrati e giornalisti dovrebbe essere improntato alla massima chiarezza sulle conseguenze dei rispettivi comportamenti. Già adesso si sconta un clima di assoluta incertezza tra i cronisti per le disparità di valutazioni tra procura e procura, giustificate magari con ambiguità nell’applicazione di norme che, in realtà, non sono affatto ambigue. In futuro, la confusione delle procedure, le violazioni della legge imposte dalla deontologia professionale, l’apertura incomprimibile del villaggio globale sulle informazioni, tramite i più moderni mezzi di comunicazione, susciteranno una guerra senza regole, a colpi di veri o falsi scoop, con effetti diametralmente opposti a quelli che si vogliono raggiungere. La contraddizione, poi, tra le esigenze più sentite dai cittadini e le scelte governative sono patenti. Si parla degli eccessivi costi della politica e, poi, non solo i “tagli” agli stipendi sono sostanzialmente simbolici, ma la ventilata abolizione delle province finisce in un ridicolo “nulla di fatto”. Per non parlare della riduzione del numero dei parlamentari, di quella dei consiglieri in tutti gli enti locali. Una delusione che non sarà certamente compensata dalla lettura, in tv, delle retribuzioni di Santoro o della Dandini.

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