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10 MINUTI DI APPLAUSI PER LE PECORE NERE

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“In questo manicomio succedono cose di pazzi», diceva Totò ricoverato in casa di cura. E si rideva. A ben guardare, nel manicomio cantato da Ascanio Celestini non c’è solo una profonda angoscia. Qualche volta, per incredibile che possa apparire, ci scappa anche un sorriso. Il film italiano in concorso alla Mostra parla una lingua feroce, un atto d’accusa spietato rivolto a quei luoghi che alimentano la sofferenza. L’ affabulatore teatrale di successo della borgata romana e regista e protagonista con Giorgio Tirabassi e Maya Sansa. Alla proiezione a Roma, come già era accaduto a Venezia,  il film è stato accolto da una standing ovation con dieci minuti di applausi. Perché? Solo perché è un bel film. Un film di denuncia e ben fatto. O c’è qualcosa di più. Di inconscio. Dentro ognuno di noi. Ogni volta che si parla di pazzia e di manicomio.. La pecora nera è un ragazzino che porta nel Dna il suo futuro, è l’uomo che si sdoppia, siamo noi che proviamo ansia, che abitiamo il disagio come vestito quotidiano. Limitare questo malessere è una follia. L’unica certezza è che non esistono rimedi e quelli che ci vengono offerti sono peggio del male. A tavola  Ascanio Celestini ti dice che «le cose più importanti non si vedono», che c’ è una contraddizione tra «le immagini e l’ io narrante».

Gli chiedo: «Il carcere è una soluzione? La guerra è una soluzione? Le dimostrazioni di forza sono soluzioni? Debolezze che si sommano e null’altro. Ci pensa, si accarezza la barbetta caprina che nel film ha infoltito. «Certo che no. Però attento, io non cerco la provocazione e  non prendo una posizione sulla Legge 180 che voleva smantellare i manicomi. Semmai ho un approccio ideologico sulle istituzioni liquide, i centri commerciali, il cinismo, le mistificazioni. Ho fatto un’ analisi sulla banale normalità del manicomio, sulla solitudine, si è matti perché si è soli e senza speranza. Vengono tolti i diritti come individuo, tolta l’ identità. E’ terrificante.». La sua preoccupazione è stata di fare un film rigoroso. Per dire, la musica, che è uno strumento di fascinazione, non c’ è. Non è un racconto che dice: poveri matti che vivono in balia degli eventi o evviva la Legge Basaglia, non c’ è la storia con la “s” maiuscola ma l’ individuo e il suo disagio.

Ascanio viene dal mondo dei contadini, il suo mondo è quello delle tradizioni orali, i nonni boscaioli e carrettieri a Trastevere, il padre restauratore, la madre parrucchiera. Il protagonista che vive in manicomio la sua vita è uno sconfitto, perché, se anche fosse fuori, sarebbe sempre un internato. Celestini la sa lunga sull’argomento. Da otto anni studia da pazzo, ha intervistato malati, infermieri ed è arrivato alla stessa conclusione che il Nobel ungherese Imre Kertész ha trovato in un campo di concentramento: la nostalgia della reclusione. «Un mio amico è stato in carcere per 27 anni e mi ha detto che gli manca”. Alda Merini disse che quelli del manicomio furono i suoi migliori anni. Ma bisogna leggere queste affermazioni in tutta la loro terribile verità. L’internato è ricondotto allo stato infantile, gli si toglie tutto e tutto è deciso per lui. Stanno bene perché sono espropriati anche delle cose più elementari, non attraversano le complessità che noi abbiamo fuori e che sono vita.

Il film cerca di raccontare lo spaesamento dell’individuo, la crisi della presenza, seguendo un percorso teatrale più che cinematografico, senza orpelli, appoggiandoci alla struttura limpida. “Cerco di rimettere in piedi anche i miei, di cocci, non posso ma devo. Il tempo sfugge, tutto peggiora, una condizione straordinaria, pensa a un film che non finisce mai. Immagina che noi siamo pagati per tacere su tutto questo e a volte diamo indietro i soldi per non tacere più. E più parliamo e più diventiamo poveri». Perché questa non è una storia, ripete Celestini, ma un punto di vista. Attento a non denunciare la parte peggiore degli istituti per denunciare l’istituzione. A non  attaccare la società ma spostare l’accento sull’individuo. Dalla politica all’etica.  

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