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19 LUGLIO: PER NON DIMENTICARE

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Paolo Borsellino, Agostino Catalano, Emanuela Loi , Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina. Sono stati uccisi loro, non le loro idee che continuano a camminare sulle gambe di molti giovani. Quegli stessi giovani che Antonino Caponnetto, subito dopo le stragi, iniziò ad incontrare per tutta Italia. I giovani, tanti , che vogliono sentirsi protagonisti non solo del domani, ma del presente. Un presente che merita tante risposte, perché non ci potrà essere giustizia senza verità ed i traditori dello Stato non sono solo quelli già in galera, ma anche chi ha evitato di ribellarsi, chi ha collaborato e trattato con “cosa nostra” o, peggio ancora, chi ha sfruttato i mafiosi per i propri disegni delittuosi. “Purtroppo c’e’ sempre, ed e’ estremamente diffusa, la voglia di convivenza con il fenomeno mafioso; pero’, con riferimento specialmente alle giovani generazioni che sono quelle che hanno meglio recepito questo messaggio culturale, la situazione sotto questo profilo e’ migliorata. Quindi ritengo che sia indispensabile che vi sia un dibattito culturale e il massimo di informazione possibile sui problemi inerenti le indagini sulla criminalita’ mafiosa”. Desecretare l’audizione di Paolo Borsellino dell’ 8 maggio 1984 e tutte le audizioni davanti alla Commissione parlamentare antimafia è una decisione assai meritoria e preziosa, perché consegna all’attenzione e allo studio di tutti uno straordinario spaccato di quella che è stata per lunghissimo tempo la realtà del contrasto alla mafia.

“Che senso ha essere accompagnato la mattina per poi essere libero di essere ucciso la sera?”. A domandarlo è Paolo Borsellino davanti alla Commissione antimafia di allora, in un breve video proiettato oggi in Senato. Il magistrato lamenta di avere la scorta solo la mattina, per mancanza di autisti giudiziari; lamenta anche la mancanza di segretari e dattilografi “. Fondamentale per il lavoro della Commissione è stata e sarà in futuro laconsulenza del Magistrato Roberto Tartaglia, già Pm a Palermo, dove ha rappresentato l’accusa nel processo sulla cosiddetta Trattativa tra pezzi dello Stato e Cosa nostra. Tartaglia è un esperto nelle analisi dei documenti storici a livello investigativo: si è occupato di estremismo nero negli anni ’70, dell’omicidio di Piersanti Mattarella, ex presidente della Sicilia e fratello dell’attuale capo dello Stato, di quello del poliziotto Nino Agostino, ucciso in circostanze mai chiarite insieme alla moglie. Emerge innanzitutto una verità oggi quasi dimenticata: Borsellino (e Falcone ) vengono celebrati come eroi soltanto dopo la strage che li ha uccisi, mentre in vita sono stati spesso lasciati soli e privi di mezzi, quando non osteggiati, denigrati e attaccati.

Ascoltando le dichiarazioni di Borsellino all’Antimafia è poi di tutta evidenza che la forza di Cosa nostra (come delle altre mafie che da secoli impestano l’Italia) non è soltanto “interna”: vale a dire che deriva sì dalla sua spietata organizzazione criminale, ma è anche – se non soprattutto – “esterna”, vale a dire che un peso decisivo hanno le settovalutazioni o, peggio, le connivenze e la complicità che ne segnano la storia. Così “storicizzate”, le terribili dichiarazioni di Borsellino, incontrovertibile causa di sdegno profondo per tutti coloro che hanno a cuore la convivenza civile, assumono anche le cadenze di un libro di storia che disvela , e denuncia, la irresistibile tendenza di oscuri poteri antidemocratici a tenere il funzionamento della giustizia sotto i limiti della decenza. Così lo “sfogo” di Borsellino aiuta a comprendere meglio, in tutta la sua dirompente portata, la “banalità” quotidiana delle disfunzioni che hanno caratterizzato l’antimafia in una fase in cui era considerato financo sconveniente parlare di “lotta”. A fronte di una eccezionale mole di lavoro – il primo maxi-processo – ecco i computer che non ci sono o non funzionano; ecco un personale ausiliario (senza del quale nessun ufficio giudiziario può funzionare, così come nessun ospedale può operare senza infermieri) insufficiente, mentre non ci sono soldi per lo straordinario; ecco soprattutto la sicurezza dei magistrati più esposti ridotta ad una farsa oscena e sconfortante. Nonostante vi fosse già stata una sequenza impressionante di magistrati antimafia uccisi: Terranova nel 1979, Costa nel 1980, Chinnici (capo di Falcone e Borsellino) nel 1983.

Del resto, che la sicurezza dei magistrati antimafia non fosse in cima ai pensieri dei potenti dell’epoca emerge chiaramente da un episodio poco noto quanto emblematico: l’invito rivolto a Chinnici di desistere dalle indagini sui “Cavalieri del lavoro di Catania” . Invito rivolto da Salvo Lima, “proconsole” di Andreotti in Sicilia, e disatteso dall’onesto magistrato, per singolare coincidenza ucciso poco tempo dopo. Infine, occorre accennare – a gloria della magistratura tutta – che la solitudine evidenziata da Borsellino non era “esclusiva” dei giudici siciliani. Si pensi a Mario Amato, trucidato dai Nar nel 1980. Anche per lui non si era trovata un’auto blindata. Per cui venne consegnato inerme alla vendetta dei criminali fascisti, che lo lasciarono sul terreno con in evidenza la suola bucata di una scarpa: indimenticabile simbolo del coraggio di un altro grande uomo. Insomma è evidente, come d’altronde è stato sempre risaputo, pure denunciato ed è anche emerso dai processi di questi ultimi decenni, ma come tutt’ora, tranne per chi non può o non vuole vedere, che una parte dello Stato (anche nelle Regioni e Comuni) ovverosia certa trasversale Politica, da destra, al centro fino a sinistra, nonché certa cosiddetta varia società professionale e civile, se non erano e sono contigui alla mafia, tuttavia erano e sono di tutta evidenza avversi a chi lottava e combatte la criminalità, specialmente quella organizzata,pertanto, si era e si è ancora, anche solo interiormente, per interessi personali o di appartenenza, nonché cultura, ideologia, ambiente, credenza ed estrazione, contro coloro che vogliono solo fare emergere la verità e debellare ogni forma di corruzione e delinquenza. L’aspetto oltremodo inquietante è che molti di questi trasversali contrari si ricoprono di titoli, retorica, ipocrisia e teatrino mediatico di cortigiani sistemi informativi, televisivi e social. Almeno in questo giorno non dimenticate.

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