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2 ANNI DOPO NELLA CITTA’ CHE NON C’E’ PIU’

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Oggi sono stato a l’Aquila. Sono rimasto sconvolto rivedendo l’Aquila dove ho trascorso una parte della mia vita di studente e militare. Si certo andiamo avanti. Ma senza tacere il fatto che l’Aquila si trova nelle stesse, identiche condizioni dell’ immediato dopo terremoto. Il centro storico è una città morta, vuota, muta, ferita da un boato e abbandonata dagli uomini. Una città dove restano solo rovine, i graffi di macerie grigie e recintate, nessun intervento decisivo è visibile tranne qualche messa in sicurezza che per paradosso rischia di allontanare anche la prospettiva di un intervento vero che ridisegni un volto di città a quella città. Non volevo scrivere questa nota. Poi le righe del mio amico Antonio mi hanno forzato la mano. Per dire con lui “andiamo avanti”, “aquila torna a volare”, Abruzzo forte e gentile”, “noi non ci pieghiamo”. Va bene. Ma la realtà è che l’Aquila mi sembra Pompei. Vanno bene gli slogan che sintetizzano. Va bene vedere il bicchiere mezzo pieno. Però la disoccupazione giovanile dal 6% è passato al 22%. E dell’inizio dei lavori veri per dare vita il centro città neppure l’ombra.   E  quante volte noi abruzzesi ci siamo sentiti chiedere “Ma perché gli aquilani si lamentano?».

Se lo chiedono in molti, a volte con aria infastidita, visto che è tutto a posto, che perfino Rita Dalla Chiesa dice che è tutto a posto, ricordando il miracolo delle casette costruite a tempi record e fornite, con tanto di champagne in frigo, ai terremotati. Il problema è che l’Aquila non c’è più. Giusto Antonio. Non sarà più così com’era. Lo penso anch’io. Ma non posso accettare questa realtà. E la realtà che io ho visto e che tu hai visto è che l’Aquila non c’è più. C’è solo una ferita che ancora sanguina, da quella notte tra il 5 e il 6 aprile del 2009, quando alle 3.32 del mattino, un boato agghiacciò l’anima e poi tutto venne giù assieme ai muri: gli affetti, le case, le storie, il futuro. La verità  è che l’Aquila non c’è più. È che il centro, cuore pulsante sociale, culturale, economico dell’Aquila, ma anche dei piccoli paesini attorno, è rimasto com’era. A parte i puntellamenti di legno che sono costati moltissimo, anche per case che forse dovranno essere demolite, e che ora, dopo due anni di pioggia e neve e assenza di lavori, sono già destinati alla sostituzione. Per la gioia delle imprese appaltanti che continuano a ridere, e la rabbia dei terremotati. Fuori dalla zona rossa, in periferia, i cantieri aperti si vedono. Eccome. Certo ci sono.

Questo non basta per un bicchiere mezzo pieno. Perchè sono quelli delle case meno danneggiate. Si è partiti da quelle. E già c’è una pioggia di esposti. Di questi giorni sono le inchieste sulla  imprese che, magari con l’assenso degli inquilini, gonfiano i costi dei progetti con lavori non necessari. O lavori fatturati molto ma compiuti male. Nell’emergenza  sono state fatte cose straordinarie. Poi però tutto si è fermato. Aver dato un tetto alla gente realizzando una periferia diffusa non vuol dire rilanciare l’economia. La ricostruzione vera non è neanche partita. Oltre 1.200 piccole aziende e imprese artigianali del centro storico hanno chiuso: rappresentavano una delle ricchezze svanite della città. Il sistema-università, fra affitti di fuorisede, consumi, servizi, generava un flusso finanziario compreso fra i 270 e i 290 milioni di euro all’anno. Adesso si è quasi azzerato. In due anni sarebbe stato possibile un lavoro enorme sul centro. Ma c’è chi non ritiene prioritaria la ricostruzione del centro storico e non fa nulla per accelerarla perché punta sul consolidamento dei nuovi insediamenti. Ma così L’ Aquila veramente muore. E io non lo voglio . Come non lo vuole Antonio. E nessun Abruzzese. E allora vi prego fate qualcosa voi che potete. Perchè così non è possibile andare avanti. L’Aquila muore ogni giorno un pò di più.

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