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2 GIUGNO: RICORDIAMO RINO GAETANO

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Per anni Rino Gaetano è stato dimenticato dal grande pubblico o meglio è stato lasciato al suo posto perché un altro era proprio difficile assegnarglielo. Non era il cantautore impegnato né il melodico spensierato, aveva un suo modo che non era di moda, non faceva canzonette né complicate dissertazioni in musica, mischiava le carte, sfuggente ma pungente, così tra divertissement e nonsense, su ritmi ballabili e atmosfere esotiche, infilava l’insospettabile, affondava il colpo in metafora, a mezza bocca, in rima, con paradossi, assonanze, grandi caracollate finali. Non diceva molto e arrivava tutto. Alla leggerezza dava enorme peso ed era così distante dal resto della scena che la sua grandezza all’epoca non si poteva misurare. Era fuori, anzi avanti, a trent’anni dalla scomparsa le sue canzoni sono talmente attuali da far pensare che siano nate in piazza con gli indignados, cantava “A te che odi i politici imbrillantinati che minimizzano i loro reati/ a te che non ami i servi di partito che ti chiedono il voto un voto pulito/ partono tutti incendiari e fieri ma quando arrivano sono tutti pompieri/ a te che ascolti il mio disco forse sorridendo/giuro che la stessa rabbia sto vivendo”.

Molte sono perfette per i 150 anni d’Italia, disegnano un paese malridotto. Gli scatti tricolori tornano in “Nuntereggae più” dove sfila la formazione del ’78, con i ministri puliti e i buffoni di corte, le sigle dei partiti che suonano tutte uguali, i calciatori e i monsignori, gli aspiranti piduisti. E ancora nelle “Beatitudini” mette insieme “i bulli di quartiere perché non sanno ciò che fanno e i parlamentari ladri che sicuramente lo sanno” “ la guerra, chi la fa e chi la decanta, ancora più beata quando è santa”, “i nobili e i padroni, specie se comunisti”. Non risparmiava nessuno nei suoi lunghi elenchi, flash che immortalavano ogni posa nazionale in “Il cielo è sempre più blu”: chi ruba, chi suda, chi ha fatto cilecca, chi ha crisi interiori, chi a torto o ragione, chi è Napoleone, chi prende il 60, chi arriva agli ottanta. Chi tutto sommato, prima o poi, dal registro di Rino si sente chiamato. Rino era un anarcoide, contro il potere e senza partito, uno che preferiva le osterie ai salotti, i contadini alle contesse, la birra chiara in lattina allo champagne, il quartiere alla città, la realtà alla tv. E quando in tv ci doveva andare lo faceva con ironia, attingendo al teatro, si presentava sullo schermo con una bicicletta giocattolo legata al guinzaglio, in “Spendi Spandi Effendi” con un cappello da safari e una pompa di benzina in mano, in piena crisi petrolifera, al santuario di Sanremo salì in frac, cilindro e scarpe da ginnastica, accompagnato da un ukulele e dal coro dei Pandemonium.

Ironia di Rino, ironia della sorte. La composizione “Quando Renzo morì io ero al bar”, scritta in gioventù, narrava l’agonia di un ragazzo che, scontratosi con un’auto, moriva dopo essere stato rifiutato da alcuni ospedali romani, macabro annuncio della fine che lo attese il 2 giugno 1981. Alle 3.55 sulla Nomentana si schiantò contro un camion diretto ai Mercati Generali, arrivò in coma al Policlinico, ma non trovò posto né lì né al San Giovanni, al San Camillo, al CTO, al Gemelli e al San Filippo Neri. Morì un paio d’ore dopo, a trentun anni, a officiare il funerale il prete che avrebbe dovuto celebrare il suo matrimonio. Il saluto a Rino. Rino che abbiamo perso presto e recuperato tardi. Ripescato alle manifestazioni, in colonne sonore, in remix, nei best, in fiction, riconoscendogli sempre meno di quanto ha contato. Rino con il pensiero fisso rivolto alla gente che nun c’ha niente. Rino che quando cominciava ad elencare sembrava fosse trascinato via dai gendarmi. Rino che perde l’equilibrio quando gli si dà il giusto peso. Rino con la lente che si fermava a guardare le suole allo Stivale e contava i buchi da riparare. Rino che lo conosciamo bene perché non parla quasi mai di sé. «Io scriverò se vuoi perché cerco un mondo diverso, con stelle al neon e un poco d’universo e mi sento un eroe a tempo perso. Con chiunque sappia divertirsi mi salverò». Rino secondo il quale chi non ride non è una persona seria. Rino che a pensarci ci fa venire voglia di pensare.

Il 2 giugno Roma gli rende omaggio con un concerto. Dalle 21 in Piazza Sempione suoneranno tra gli altri la Rino Gaetano Band e Marco Morandi, Ernesto Bassignano, Sergio Cammariere, Edoardo De Angelis, Francesco Di Giacomo del Banco del Mutuo Soccorso, Andrea Rivera, l’attore Claudio Santamaria, Tetes de Bois e il cantautore calabrese Peppe Voltarelli. Anche se ha vissuto a Roma ed era a tutti gli effetti un “cittadino”, nelle sue canzoni c’è un’eco molto forte della sua terra, perché il Sud ha un’identità forte, totale, alimentare, sonora, metereologica: basti pensare che da noi la primavera inizia a fine febbraio. Il suo non era un sud di lamento ma urlato, in modo immediato e poco scolastico, l’idea dell’emigrante senza valigia con prodotti tipici è nata con lui. La sua è un’opera di grande spontaneità e di verità, non seguiva e non copiava niente, si sganciava dal sistema linguistico ordinario. Aveva la capacità di dire le cose senza dirle, di essere anche crudo ma con poesia. Non è questione vocale ma interiore, esternare la profondità con naturalezza e apparente semplicità è cosa difficilissima che appartiene solo ai grandi.

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