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20 ANNI DA CAPACI

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Amici nella battaglia, nelle delusioni e nelle vittorie esaltanti, uniti nel sacrificio finale. C’è da commuoversi ancora, ricordando Paolo Borsellino che rifiuta la via di fuga perchè “Lo devo a Giovanni e a tutti quei cittadini che credono in noi”. Chi in questi 20 anni non ha dimenticato ora si chiede “Ma chi li ha uccisi, Giovanni e Paolo?” C’entra l’avversione della palude, l’ottusa difesa dei privilegi racchiusi nella via breve del quieto vivere? Certo, è stata la mafia, è stato Totò Riina e la sua accolita di assassini: non v’è brandello di indagine che non confermi questa paternità. E basta? Sono stati i viddani di Corleone a farsi terroristi più efficienti dei macellai di Bin Laden? Quale maestro ha insegnato loro a sventrare autostrade ed interi quartieri? Sappiamo per certo che Falcone doveva essere assassinato a Roma, in un normale agguato mafioso, a colpi di arma da fuoco. Lo racconta il pentito Spatuzza che gli facevano la posta al ristorante sbagliato: lo cercavano al «Matriciano» mentre il giudice era solito cenare alla «Carbonara», in Campo dei Fiori. Ma all’improvviso Riina chiama la ritirata ed annuncia: “Si fa a Palermo e si fa con l’esplosivo”. Perché questo cambiamento che dà all’azione il sapore, non più di una vendetta mafiosa, ma di una vera e propria intimidazione politica  all’intero paese?

Questa è la domanda che dovrà avere risposta. E Borsellino che muore, 57 giorni dopo, in piena trattativa fra Stato e mafia? Pure lui con l’esplosivo, perchè non si perdesse la continuità con Capaci. Borsellino muore e lo Stato tratta sul 41 bis e sulla possibilità di instaurare una tregua con Cosa nostra. Poi c’è la mostruosità delle indagini su via D’Amelio: due pentiti assolutamente inventati depistano e raccontano un film inesistente. Uno di questi, Enzo Scarantino, si autoaccusa della strage. Perché? Chi gli suggerisce la versione sbagliata? Gli investigatori, certo. Uno di essi, Arnaldo La Barbera, il capo, è morto. Altri tre, o quattro, sono indagati ma si sa già che andranno in prescrizione. Rimarranno, dunque, inevase le domande: chi ha depistato e perché? Sono passati vent’anni e il risultato più eclatante è un processo (via D’Amelio) da rifare, seppure quello precedente fosse stato già archiviato con una sentenza della Cassazione. Ma forse sarebbe più giusto dire che di anni ne sono passati 23, perchè l’inizio di questo mattatoio risale al giungo del 1989 quando Cosa nostra lasciò un borsone pieno di esplosivo sotto la villa al mare di Giovanni Falcone, all’Addaura. Fu il giudice a sentenziare che era intervenuto il “gioco grande”: “Si è creata la convergenza di interessi tra mafia e oscuri ambienti…. Menti raffinatissime…». La palude stava sempre immobile e osservava.

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