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Il tempo li ha dimenticati. Torino è sempre più Moriana di Calvino, la città con un volto di marmo e di alabastro e uno di ferro e di cartone, e una faccia non vede più l’altra. Sono passati tre anni esatti dalla notte che ha cambiato Torino. Nella città dove è nato il movimento operaio e dove ancora oggi si detta la politica industriale, sette operai sono stati arsi vivi dall’incendio scoppiato alle acciaierie della ThyssenKrupp di corso Regina Margherita. Stavano svolgendo il loro turno di notte. Una tragedia, resa ancora più crudele dalla morte lenta ma inesorabile delle ustioni. Turno di notte vuol dire che monti alle 22.

Gli operai non hanno riti separati, tradizioni private, fanno una vita perfettamente visibile nella sua normalità. Dopo la fabbrica si incontrano indifferentemente alla Fiom o al Mc Donald’s di via Pianezza. Ma ti dicono che l’invisibilità sociale li rende deboli, la debolezza e la solitudine portano a scambiare straordinari per sicurezza, il Paese li convince di vivere in una geografia immaginaria, dove per dieci anni ha contato solo la cometa del Nordest, solo l’illusione del lavoro immateriale, solo il consumatore e non il produttore, e persino la parola lavoro è stata poco per volta sostituita da altre cose: saperi, competenze, professionalità. Questa fragilità culturale, Politica, Sociale, li espone. Dicono gli operai che i sette, alla fine, sono morti perché da tempo erano diventati come invisibili. Si spiegano: l’operaio ovviamente esiste, manda avanti un pezzo di Paese, e soprattutto a Torino lo sanno tutti. Ma esiste in fabbrica e non fuori, nel lavoro e non nella testa della politica.

L’invisibilità la senti tutto il giorno, quando vai a comprare il pane, quando esci la sera. Per le storie veloci con le ragazze in discoteca, fai prima a dire che sei un rappresentante, vai più sul sicuro. Non è rifiuto o disprezzo, è che è di un altro pianeta. Credono di poter fare a meno di loro quelli che pensano alla modernità come a una sostituzione, l’immateriale, l’effimero al posto del manifatturiero, mentre invece è moderno chi gestisce la complessità, la fine di una cosa con l’inizio dell’altra, sopravvivenze importanti e novità salutari. Gli operai sono specializzati, superspecializzati, non si puo sostituirli con un operaio qualsiasi che non abbia fatto almeno 6 mesi di formazione per capire come si lavora l’acciaio.

E infatti li pagano di più, uno del quinto livello alla Fiat prende 1400 euro, qui con i turni disagiati, la maggiorazione festiva, il domenicale arrivi a 1700 anche 1800 senza straordinario. Non regalano niente, sia chiaro, perché si lavora per sei giorni e due di riposo, quindi ti capitano un sabato e domenica liberi ogni sei settimane, non come a tutti i cristiani. Ma la siderurgia è così, si lavora divisi in squadre e quando smonta una monta l’altra perché le macchine non si fermano, 24 ore su 24, questo è l’acciaio. Che poi, se si fermasse si ferma l’Italia perché senza l’acciaio non si vive, dai lavandini all’ascensore, alle monete, alle posate, è la base di tutta l’industria manifatturiera, dal tondino per l’edilizia alle lamiere per le fabbriche, agli acciai speciali. Eppure tutto questo finirà, sta proprio per finire, Torino resterà senza. 

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