Sconfortato leggo che ancora, a distanza di giorni, dei nani si scagliano contro il gigante per rivendicare un briciolo di luce e degli sciacalli da sempre alla catena del padrone provano a squarciarne le carni. Una testata nazionale definisce la morte di Monicelli come “lo sberleffo di un laico”. Dovessi restare solo, vecchio, affaticato dal tedio di vivere ancora; e se mai accadesse che, ricoverato in un ospedale io mi buttassi dal quinto piano e perdessi la vita nella nera malinconia di una giornata di pioggia battente; potrebbe succedere che qualcuno scriva, come per Monicelli, che è stato “lo sberleffo di un laico”. Mandatelo affanculo. Una finestra. Vuoto, buio. Lanciarsi nel vuoto. Una caduta. Un voloe. Volare non è la stessa cosa che cadere.

Magari solo impazienza, non un attimo ancora, non un altro pensiero, non un’attesa che conduce al nulla. Il suicidio di Mario Monicelli pare un volo: per la leggerezza del suo corpo di vecchio quasi trasparente; per la determinazione – qui e non oltre, qui e non ancora. E’ la paura (anche), naturalmente. Ma il modo in cui ci si libera della paura ha a che fare con la nostra speciale libertà. Nella foto, il corpo di Monicelli pare ancora più minuscolo in quell’angolo di cortile, il profilo stampato netto sul lenzuolo bianco dalla pioggia che cade. Fine: come al termine di un film, perfetta immagine cinematografica, con la mite prostituta Carolina e il tuonante Brancaleone che lì vicino piangono.

Un suicidio come quello di Monicelli è un volo che decide dove posarsi, morire senza permettere alla morte di persistere – un guizzo istrionesco, prenderla di sorpresa: non impreparata, che quella impreparata non è mai, ma stupirla nell’unica possibilità concessa, avendo tanti stupori di parole, di facce, di storie evocato in vita. Magari non era triste, depresso di quella depressione che colpiva il suo amico Gassman, che insieme a un altro amico, Dino Risi, fissava un’aquila chiusa in una gabbia che le consentiva appena due colpi di ali: “Quella sono io”. Anzi deciso. Si sta finché si può. Della mia stanchezza come della mia noia e anche del mio dolore ho solo io l’esatta unità di misura. Neanche Dio, che vita e passioni e noia ha donato e spesso usato come “il peso falso” di Roth, per tarare le esistenze altrui e farci così noi stessi spudoratamente un po’ Dio. Saprà Lui, nel caso, come regolarsi: avrà visto er Pantera e Capannelle che del resto, lassù bazzicano. Avrà saputo che Monicelli a oltre sessanta film aveva messo la parola fine. E che dunque, nel “levar la mano su di sé”, aveva ogni diritto di farlo anche con la sua vita.   

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