You are currently viewing

  • Autore dell'articolo:
  • Commenti dell'articolo:0 Commenti

È molto elegante l’uomo alla guida della Rolls Royce bicolore, avorio le fiancate e il tetto, testa di moro il baule e gli spioventi del cofano. Ha un impeccabile vestito blu, la camicia perfettamente stirata, i gemelli d’argento e un fazzoletto che bianco e discreto spunta dal taschino della giacca: le scarpe di pelle opaca, inglesi. Il giorno è iniziato da poco, il traffico è ancora rado e scorrevole nei larghi viali che abbracciano la città.  L’uomo ha un volto regolare, quasi bello, ed è come se si sentisse il profumo della barba appena fatta, l’ordine dei capelli ben pettinati, la signorilità distaccata che emana da ogni suo minimo gesto, da come gira il volante a come fuma la sua Malboro.

Quell’arancia nel suo polmone è sempre più grande è sempre più rossa.  La Rolls Royce si arresta davanti a un bar di periferia, di quelli con fuori due tavolini rotondi e cinque sedie di plastica intrecciata, e dentro molta ombra. È a uno di quei tavolini che l’uomo si sistema, anche se l’aria è fredda e il fiato s’annuvola. E intanto respira sempre peggio.  Un cameriere di quattordici anni esce dal bar sbadigliando. Con una biro rosicchiata segna l’ordine su un pezzo di carta a quadretti: un caffè e due cognac.  E mentre così fa colazione, l’uomo osserva amaramente le macchine più semplici che passano lente e veloci si moltiplicano, che si inerpicano su per il cielo grigio della sopraelevata, gli autobus stracarichi che sfiorano la sua bella parcheggiata lì davanti, e un ragazzo in motorino che con la spalla urta lo specchietto esterno e lo piega. Dio ti maledica, mormora l’uomo. E si reca a lavoro. E respira sempre peggio.  Inginocchiata ai banchi c’è gente vestita a festa, ognuno con il suo tocco di cafonaggine, i suoi anelli: donne con abiti color ciliegia, uomini con doppi petti bianchi e fermacravatte d’oro, bambini con i calzettoni traforati che si rincorrono tra le colonne. Ognuno vuole essere qualcosa, ogni tanto.

Muove le labbra a vuoto, poi si fa un segno di croce rapidissimo, uno svolazzo, un fiocco invisibile sul petto un po’ incassato, mentre l’organo prende a suonare con accordi profondi e la gente piange o ride.  Sotto una pioggia di chicchi di riso e un cielo opale scente, i nuovi sposi escono dalla chiesetta, si baciano con cautela davanti a genitori e zie, stringono cento mani, ricambiano abbracci. Lei ha i capelli rossi come il fuoco, le caviglie e i polsi pesanti quanto la legna; lui ha la fronte sudata, i palmi sudati, gli occhi lucidi.  Davanti al ristorante “Da Baffone” al Tufello si scattano altre foto, gli sposi in mezzo al gruppo degli amici, in mezzo alle amiche, con i suoceri, con i fratelli, con i camerieri del ristorante: e molte soltanto a loro due, tra le aiuole e la ghiaia, accanto a una fontana di gesso, tra le altalene. Nel giardino gli invitati mangiano olive, formano gruppi e si raccontano le storie dei figli, ricordano i morti in comune, sputano gli ossi nella ghiaia.

Dal cielo di nuvole piatte precipita un colpo di vento che sgrulla le siepi d’oleandro e fa volare il cappello a una ragazza, la fa gridare: in tanti si voltano a guardare quel cappello azzurro che rotola e rimbalza verso la statale, tirandosi dietro il braccio teso della ragazza. Nella polaroid l’autista inquadra anche lei, la sua figura eretta triste sul ciglio dell’asfalto, contro un fondale di camion che corrono e travolgono.  E negli occhi gli torna un’altra ragazza, moltissimi anni prima, ferma sul molo di Duino, con il mare che si sfasciava lì davanti sugli scogli: ferma e triste per lui, seduto più in là. E respira sempre peggio.  Triste per colpa mia. Tanto tempo fa. E respira sempre peggio.  E da tanto tempo fa quella ragazza si gira ancora nella sua direzione (o era un’altra, ad Amburgo, o la biondina di Ravenna, o Maria, con gli occhi pieni del caos di Pamplona, o Adele, nei bagni dell’università, o Matilde dagli occhi neri, o la zoppa di Saint Denis, o Clara, o tutte una volta almeno si sono girate così?): si gira e gli parla con dolcezza, forse gli dice ancora delle parole d’amore, ma lui vede soltanto le labbra che si muovono, come se un pesciolino gli morisse eternamente tra le mani.

  Per colpa mia, e basta, e non c’è ragione in questo.  La ragazza del cappello è sempre lì sulla statale a guardare i camion che viaggiano. Ogni camion è una folata che le incolla al corpo il vestito leggero e glielo muove tra le gambe un po’ aperte.  Tutti mangiano con le mani, ora, e bevono da grandi fiaschi, qualcuno canta, molte ragazze stanno sedute sulle ginocchia dei loro fidanzati.  Gli sposi hanno le facce confuse, eccitate, si baciano con l’arrosto in bocca, si toccano, si imboccano. L’autista tiene gli occhi sulle figure dipinte nel piatto vuoto. Ha il bicchiere in mano, oscilla leggermente. Chi è? domanda qualcuno. E un bell’uomo, dice la ragazza del cappello.  Non sarebbe il caso, lo capisco, ma non posso farne a meno. Voglio dire questo, rapidamente, vorrei dire soltanto una cosa.  E dilla, grida lo sposo.  Voglio dirvi solo questo, e basta: ciò che non viene diviso non serve a nessuno, meno che mai a chi lo tiene.

Ciò che non si disperde marcisce, io lo so, e non è più di nessuno, non è mai vissuto… Farfuglia un poco, imbroglia il filo del suo breve discorso, conclude con il bicchiere in alto, ma già un’altra persona è in piedi e parla e tutti la ascoltano.  È da mangiarselo di baci, dice la ragazza del cappello.  È notte in tutta l’Europa occidentale, nei nostri cieli. E lui respira male.  Con i fari accesi la Rolls Royce scivola per lunghi viali, a trenta all’ora. Quell’arancia nel suo polmone è sempre più grande è sempre più rossa. Sotto i platani ardono fuochi ai quali, con le braccia distese, si scaldano le puttane. L’autista ha la cravatta allentata e i capelli in disordine, sa di vino. Guarda la strada, ma anche le donnine, tiene la macchina sempre più sulla destra diminuendo ancora la velocità. Qualcuna lo saluta alzando una mano, muovendo le labbra di là dei vetri spessi dei finestrini. Ce n’è una sola contro un albero, con gli stivali bianchi sopra al ginocchio e una pelliccetta di cincillà. 

L’uomo frena, apre lo sportello. L’interno della Rolls si illumina come una stanza da letto. Quell’arancia nel suo polmone è sempre più grande è sempre più rossa.  Ciao tesoro, dice la donna. Un cenno e sale, stende le gambe stanche, chiude la porta e la luce. Vai pure di là, al solito posto. La macchina piega verso l’interno, sobbalza su una cunetta, su un’altra, cento metri e s’arresta sotto un muro alto e solo in mezzo al campo, con il buco di una finestra al centro. Forse era l’inizio di una casa, dice la donna, non so. Prima di spegnersi, i fari scoprono tra la spazzatura un lavabo, un comò, un grande materasso squarciato, un cane che scava.  L’autista strappa il bordo di una busta, dentro ci sono i soldi che ha guadagnato con il matrimonio. A occhio ne offre la metà alla puttana. Tieni, le dice.  Bravo tesoro, sussurra la donna, tu sì che sei generoso. E pensa: tu sì che ti sei bevuto il cervello. Se nel buio lui potesse vedere, vedrebbe lo sguardo di lei sporco di malinconia, e se avesse voglia di domandare perché mi guardi così, lei risponderebbe non so perché, ma con te mi viene.

  Ora lei lo abbraccia, lo bacia sul collo e sulle tempie, muove le mani su quel corpo rigido nel vestito blu. Si rovesciano sui sedili, intrecciano le gambe; lei solleva la gonnellima di plastica, apre la pelliccetta. Coraggio tesoro, mormora.  Dopo un pò con uno strappo lui si separa da quel groviglio. Si rimette seduto. Lentamente strofina i palmi sulla faccia, quasi a cancellare tutto. E respira male.  Ma allora perché vieni sempre in questo viale?, domanda la donna.  L’autista accende una Malboro, fuma a profonde boccate, tace, trema. Respira male.  Ma di un pò, ce l’hai mai fatta?, insiste lei, carezzandogli un gomito. Poi gli prende una mano, la lecca. Se non vuoi parlare non importa mica.  L’uomo accende i fari della Rolls, scende. La donna lo segue, senza nemmeno badare a dove mette i piedi. Si appoggiano alla finestra aperta nel muro, s’affacciano su quel pezzo di terra rovinata. Là in fondo ricominciano i palazzi, c’è qualche luce.  Lui ora l’abbraccia, lei poggia la testa sulla sua spalla, e stanno fermi così, inquadrati nella cornice della finestra.  Quanti anni hai, Maria? Quaranta a luglio. Si stringe ancora un pò a quella giacca blu morbidissima. Sarebbe bello, pensa, e non sa dire cosa. Sarebbe bello. Così.  Che hai fatto oggi? Sono stato a un matrimonio. Era carina la sposa? Sì. C’erano cose buone, da mangiare? Insomma. 

Nella spazzatura il cane continua a scavare, tira con i denti un ferro, si butta sul materasso. I fari s’affiocano, il campo davanti casa s’oscura sui margini, rimpicciolisce.  Chi te l’ha data questa macchina, non me l’hai mai detto.  Era di mio padre.  Il cane corre via con uno straccio rosso in bocca, scompare in direzione dei palazzi. Certe volte mi dico che tutto è un sogno, io non ho ancora dieci anni e sto sognando, e mia madre è di là che prepara e questa grossa arancia nello stomaco non è un tumore.  Il cane abbaia, torna, scompare definitivamente. Ti riporto sul viale, è meglio.  Sobbalzando un’altra volta la Rolls Royce riprende la strada, corre tra i fuochi e i saluti. Lentamente, tanto Guido a casa non l’aspetta nessuno. Un altro giorno è passato. Quell’arancia nel suo polmone è sempre più grande è sempre più rossa, fa sempre più male…non si può più togliere e di giorni non ne sono rimasti più tanti. E non c’è ragione in questo.

Lascia un commento