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ALMIRANTE: UN GIGANTE NELLA VALLE DEI NANI

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Ricorre in questi giorni il 32° anniversario della morte di Giorgio Almirante, lo storico segretario del MSI. Le tante commemorazioni che si sono succedute un po’ ovunque, soprattutto qui a Roma, dimostrano che  ancora oggi molti si  ricordano di lui, un gigante, perché guardando la politica a 360 gradi si guardano solo nani. E perché, in anni difficili, molto difficili e molto pericolosi, meritò rispetto. Perché in questo mondo, dove mediocri personaggi portano la propria scorta perfino all’Ikea, per sentirsi meno piccoli di quel che sono, dove cialtroni televisivi non distinguono l’intelligenza della battuta  dalla vacuità dell’insulto, dove mediocri individui restano incapaci di seguire un ideale per più di un quarto d’ora, e campano di sole poltrone con la perenne lingua penzoloni al sole, mentendo su tutto, vivendo da lombrichi, chinati, in ginocchio o sdraiati, ricordare Giorgio Almirante è un dovere morale. 

Era un uomo di classe, sempre in punta di piedi,  amava i fiori, mai arrogante, mai una parola fuori posto, un uomo che trasmetteva a tutti, anche a chi aveva altre opinioni, un fremito di ammirazione e rispetto. Era un uomo che non ha mai perso l’abitudine al sorriso, dopo anni di odio , di lutti, di insulti e calunnie. Questo nella vita privata di tutti i giorni, e in ufficio. Molto diverso sul palco e nelle piazze, sempre petto in fuori, sempre in prima fila, e guai a provare di tirarlo indietro.  Un uomo che , pur in anni veramente difficili e pericolosi – soprattutto dal ’75 al 1982 –  non volle e non ebbe bisogno di alcuna scorta .Nemmeno il giorno che si recò al funerale di Enrico Berlinguer , fendendo ali di folla fino ad un minuto prima decisamente ostile. Aveva sempre attorno a se un cordone di giovani che lo amavano come si può amare un vero capo, che erano disposti a tutto per lui, che facevano a gara per essere insigniti dell’onore di far parte della “scorta civica” di Almirante. Anche se io ero più vicino a Rauti, Alemanno e al gruppo di via degli Scipioni, io ebbi questo onore dal ’77 al 1981.

Poi la necessità di finire l’Università, i campi Hobbit, la strage di Bologna, i Nar, le divisioni, i pentiti, il disfacimento del Fuan, il congresso truccato e la scelta di Fini, i primi cenni della malattia, tutto cambiò.  Da quel momento fu un cataclisma che terminò a Sorrento, quando tra Franco Servello, detto l’ americano, il più almirantiano degli almirantiani, suo alter ego, vicario, braccio destro, sua ombra, e Gianfranco Fini, detto “il giovanotto”, segretario del Fronte della Gioventù con un palese imbroglio, sconosciuto, viscido, servile, codardo, traditore dei camerati, il vecchio leader scelse Fini, un partito di burocrati, senza più attività di base delle sezioni e senza più l’ utopia dell’ alternativa al sistema. Perché nel Grand’hotel di Sorrento che domina il blu cupo del Golfo, in quel tiepido dicembre 1987, l’ uomo della leadership incontrastata, il simbolo della destra italiana, malato, vicino alla morte, consegnò il partito ad un democristiano di stile andreottiano, contro il parere di quelli che erano stati per 20 anni i suoi camerati più fedeli. Se ne sono dette tante. Come è finita si sa. Da li il declino, l’“Alleanza”, il ruolo di vice puttaniere, fino alla culona, è tutto un tracimare, di male in peggio. Però, comunque, nonostante tutto, se chiudo gli occhi e lo rivedo oggi, e penso a Renzi, la Meloni, il satrapo, Prodi, e  i tanti  Cetto della loro corte, posso solo dire che confrontandoli con i nani odierni della storia , fu un  gigante. Che ancora giganteggia per i suoi insegnamenti, per la coerenza, per non aver mai tradito gli impegni assunti con gli italiani.

Da giovane militante ascoltai tanti suoi entusiasmanti discorsi, che suscitavano volontà ed impegno, insomma azione per cambiare un sistema, che ci appariva superato e per molti versi ingiusto. Almirante riusciva a farti sognare un paese diverso, dove avevano senso parole come  onore e fedeltà. Lunga sarebbe la serie degli eventi, che caratterizzarono la vita e l’operato del MSI, guidato da Almirante. In un suo mirabile intervento congressuale, parlando del necessario collegamento tra la gente e le istituzioni, paragonò il sistema vigente ad una piramide rovesciata, nella quale il punto di contatto con il popolo era minimo, mentre Egli proponeva la piramide vera con una base, estremamente ampia, il popolo, che ha il diritto ed il dovere di partecipare alla vita del Paese. Nel dirlo non dimentico affatto che fu caporedattore della rivista La Difesa della razza, fondata da Telesio Interlandi e punto di riferimento culturale del fascismo di quegli anni; fu capo di gabinetto del ministero della Cultura durante gli anni della Repubblica Sociale Italiana e prima ancora venne arruolato nella Guardia Nazionale Repubblicana; non dimentico che il legame con il regime fascista fu profondo e ispiratore. 

Lo so, lo so bene, quando si ricorda Almirante lo si deve fare nella sua interezza. E se lo si fa davvero, nella sua interezza, allora bisogna ammettere che lui fu legato indissolubilmente a una pagina dell’Italia che tutti preferirebbero non fosse mai esistita. Questo  può avvenire dopo un ragionamento. Perché invece lasciandosi prendere dal ricordo devo dire che Giorgio Almirante, storico segretario del Movimento Sociale Italiano, fu non solo un grande oratore, un uomo straordinario, un leader dagli occhi azzurri magnetici, che grazie al suo carisma e alla sua oratoria riusciva a far passare le sue idee. E tante persone semplicemente lo ammiravano  per la sua coerenza e la sua onestà politica, riconosciuta da tutti, anche dai suoi avversari politici. Era un uomo semplice, che negli anni di piombo si trovò ad essere a capo di un partito  che era destinatario di tutto il male possibile. Bisognava trovare un nemico in quel momento e fu individuato nel MSI.

Almirante  difese i giovani del suo partito e contemporaneamente difese la pace. Almirante fu una grande anima che apparteneva alla Nazione, arrivava al cuore e parlava con il cuore. Parlare di lui è come scorrere un album di famiglia. Fu un capo in un tempo difficile. Conosceva la gente e i suoi bisogni , e certamente nasce da questo l’esigenza che tanti hanno oggi testimoniato di ritrovare  e riannodare le fila di  un pensiero comune forte. Per la necessità di ritrovare  il senso di una politica che è fatta di valori, di una visione del mondo per la quale vale la pena di vivere. Le idee di quei giorni sono di grande spessore , valide ancora oggi,  a trentadue dalla sua morte: i valori etici, la famiglia naturale, l’identità nazionale. Erano gli anni in cui la comunicazione politica si faceva con i volantini stampati al ciclostile e i manifesti affissi sui muri. Nessun tweet, nessuna diretta facebook potrebbe oggi essere più efficace della semplicità e della trasparenza di quello sguardo capace di mettere in empatia un leader con la gente, capace di conciliare una intera comunità politica con la storia del Paese. Un manifesto di onestà, di rassicurante fermezza, di impegno al servizio della gente. A trentadue anni dalla scomparsa di Giorgio Almirante, è sempre forte il bisogno di politici che possano guardare la gente negli occhi. 

Politici che sappiano scegliere la strada della coerenza, del coraggio, politici consapevoli del valore delle proprie idee e del prezzo pagato per difenderle. Giorgio Almirante scelse la strada della libertà conquistandosela sul campo, con il sacrificio suo personale e di una intera comunità che seppe schierarsi dalla parte dei vinti, scegliendo l’onore alle comode opportunità. Senza rinnegare, ma senza voler restaurare, guardando sempre al futuro, immaginando prima degli altri una Europa dei popoli rispettosa delle identità nazionali ed una Italia moderna, profondamente riformata su modello presidenziale e partecipativo, capace di conciliare la crescita economica con la solidarietà e il sostegno concreto per i più deboli. La visione, moderna e lungimirante ancora oggi, della destra sociale. Almirante, ci ha trasmesso l’amore per la bella politica, intesa come servizio alla gente, ci ha insegnato il valore delle idee e della coerenza dei comportamenti, il senso di una vita vissuta con coraggio e sprezzo delle convenienze. Come sperava si potesse dire un giorno di sé, avanzando nel buio Giorgio Almirante ha tenuto un lume dietro di sé, così illuminando ad ogni passo la strada degli altri. In alto i cuori segretario.

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