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ALTRO CHE PANINO…

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  È chiaro che il centrodestra si prepara a reagire al vulnus politico e adombra un complotto politico-giudiziario per impedire la presentazione delle liste.  Immagino un innalzamento dei toni brusco che suggerisce qualche domanda.  La prima: anche se nessun giornale lo scrive l’idea che un signore per quanto coglione si allontani dall’ufficio elettorale per andare a magiare un panino non vi sembra assurda. E se dietro ci fosse un preciso ordine di Gianni Alemanno per presentare la “sua” lista, diversa in tre nomi da quella del PdL forzitaliota??  Alemanno smentisce, La Russa minaccia, Gasparri sbraita, i caporali di giornata esagitati si smaniano, ma resta il fatto che più si procede verso il voto del 28 e 29 marzo, più cresce la sensazione che quegli episodi non siano la sola causa dell’inquietudine nella coalizione berlusconiana.  C’è una fragilità vistosa del corpo del partito nato dalla fusione tra FI e An; e viene accentuata dalla marcia in ordine sparso dei leader della maggioranza. 

Silvio Berlusconi fa del suo meglio per accreditare un Pdl unito. Annuncia una campagna nella quale «la scelta di campo» dovrebbe surrogare candidature non sempre felici. Ma intorno non ha né alleati, né generali docili.  Ad appena quattro settimane dal voto, Gianfranco Fini dichiara in pubblico che “così com’è adesso il Pdl non mi piace!”  Quando Maroni taglia la strada ad una «leggina» per rimediare agli errori del Pdl laziale, parla come responsabile del Viminale; ma è guardato da alcuni berlusconiani come il leghista che si rifiuta di circoscrivere il pasticcio.  Sono indizi di un nervosismo crescente; e del timore che il riequilibrio dei governi regionali nei confronti del centrosinistra non sia più così scontato. Ieri la Polverini, data finora per sicura vincente, ha dovuto ribadire in un comizio: «Io rimango candidata, smentisco chi dice che non lo sono più».  È un gioco autolesionista del quale l’incidente delle liste finisce per diventare il simbolo involontario: la prova che le cose non funzionano.  Ma c’è qualcosa di peggio che fa capolino in queste ore convulse.  È come se alcuni settori del centrodestra ormai fossero proiettati oltre le regionali, oltre la vittoria e la sconfitta: tutti concentrati sulla resa dei conti che sembrano sicuri ne seguirà. 

In tutto questo inquieta la prospettiva di uno smottamento dei consensi sull’onda della delusione.   Certo è che coloro che si erano illusi dopo le elezioni del 2008 che il Pdl fosse diventato un partito più o meno vero, qualcosa di più di una lista elettorale, sono costretti ora a ricredersi.  Non era qualcosa di più: spesso, troppo spesso, era qualcosa di peggio. Per molti di AN è solo “una corte del sovrano”.  Ma a quel che è dato vedere pare piuttosto una somma di rissosi potentati locali riuniti intorno a figuranti di terz’ordine, rimasuglio delle oligarchie e dei quadri dei partiti di governo della prima Repubblica.  E tra loro, mischiati alla rinfusa — specie nel Mezzogiorno, che in questo caso comincia dal Lazio e da Roma— gente dai dubbi precedenti, ragazze troppo avvenenti, figli e nipoti, genti d’ogni risma ma di nessuna capacità.  E’ per l’appunto tra queste fila che a partire dalla primavera dell’anno scorso si stanno ordendo a ripetizione intrighi, organizzando giochi e delazioni, quando non vere e proprie congiure parlando a bassa voce, allo scopo di trovarsi pronti, con i collegamenti giusti, quando sarà giunto il momento, da molti dei cortigiani giudicato imminente, in cui l’Augusto sarà costretto in un modo o nell’altro a lasciare il potere. 

Da quel che si può capire, da quel che si mormora, sono mesi, diciamo dalla famigerata notte di Casoria, che le maggiori insidie vengono a Berlusconi e al suo governo non già dall’opposizione ma proprio dalla sua stessa parte, se non addirittura dalle stesse cerchie a lui più vicine.  Al di là di ogni giudizio morale tutto ciò non fa che mettere in luce un problema importante: perché mai la destra italiana, durante la bellezza di quindici anni, e pur in condizioni così favorevoli, non è riuscita che a mettere insieme la confusa accozzaglia che vediamo?  Perché non è riuscita a dare alla parte del Paese che la segue, e che tra l’altro è quasi sicuramente maggioritaria sul piano quantitativo, niente altro che questa misera rappresentanza?  A cui poi, per il sopraggiunto, generale, discredito della politica, non si è certo aggiunto il meglio del Paese.

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