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ANOTHER BRICK IN MY WALL

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Roger Waters ha alzato l’asticella. Ancora. Lo aveva già fatto con la musica e i concerti dei Pink Floyd componendo «The Wall» (1979) un concept album entrato nella storia del rock. Ma ora è diventato un tour tanto maestoso da far impallidire tutto quello che si era visto fino a quel momento.  Niente gli somiglia. Niente gli si avvicina. E solo una reunion dei Pink Floydstile quella vista a Londa nel maggio scorsa (alla quale molti stanno lavorando) può lasciar immaginare qualcosa di simile. Tre decenni dopo il 67enne Roger Waters, che dei Pink Floyd è stato bassista, leader e mente creativa dal dopo Barrett all’ addio dell’ 84, ha presentata a Milano una produzione kolossal che si muove su 38 tir, e mette in scena 16 musicisti, pupazzi gonfiabili alti 9 metri, un dirigibile-cinghiale, un muro di 70 metri per 12 fatto da circa 400 mattoni di cartone e metallo, un megaschermo circolare, effetti speciali senza risparmi. E se nel 1980 era stato un disastro finanziario, questa volta Waters ha fatto bene i conti.

Un budget da 52 milioni di euro già ripagati dai 62 incassati in Nord America, ai quali bisogna aggiungere i biglietti dei concerti europei e il merchandising che piazza tshirt (c’era la coda ieri) a 35-50 euro. Al Forum ieri sera l’ultimo concerto italiano ed europeo: sei sold out, affari per i bagarini (i posti da 55 euro erano rivenduti a 200). Due ore divise in due atti, con un suono pulito che il Forum non ricorda da anni, che rileggono la scaletta del disco. Bastano i primi cinque minuti per rimanere a bocca aperta. Alla fine di «In the Flesh» uno stukas vola sulla platea e sfonda il muro fra fiamme e fuochi d’ artificio. «The Wall» è il racconto della crisi, vissuta veramente da Waters, di una rockstar che finisce per chiudersi dietro un muro e a ricercare nell’ infanzia – il padre morto, la madre autoritaria, i professori rigidi – le cause della propria alienazione. In questa edizione è però l’ anima pacifista più di quella personale a prendere il sopravvento. Lo spettacolo descrive una condizione più universale di quello del 1980. E’ un’ allegoria di quello che accade oggi con i leader che incoraggiano la gente ad avere paura delle altre nazioni e a murarsi nelle proprie ideologie. Il muro è una costruzione in progress.

Mattone dopo mattone, another brick in the wall, sale. Come l’ emozione. Soffoca progressivamente la scena: alla fine del primo atto resta una sola finestrella da cui Waters si può esibire e per gran parte del secondo nasconde al pubblico la band. Ma quel muro è anche lo schermo di un suggestivo racconto per immagini. Ci sono quelle di una volta, la nazi-marcia dei martelli, l’amplesso psichedelico fra i fiori, ma anche quelle commissionate per questo show. Su «Goodbye Blue Sky» un aereo sgancia, come fossero bombe, simboli: la croce, la stella di Davide, la mezzaluna, falce e martello, il dollaro, il logo della Shell e quello della Mercedes. Ci sono foto di devastazioni e carestia a fare da sfondo a un messaggio pacifista di Eisenhower, presidente Usa degli Anni 50; i ritratti di Hitler, Stalin, Mao e George W. Bush in versione pubblicità dell’ iPod; modelle, tg e pubblicità che si sovrappongono in un rumore di fondo indistinguibile e assordante. Il crollo del muro, che arriva dopo il surreale cartone di «The Trial», è un’ emozione che da sola vale il biglietto. Sulle macerie Roger e la band chiudono lo show con «Outside the Wall». L’ uomo ha vinto. E anche Waters. Non mi resta che inchinarmi e ringraziare.

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