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ANTONELLO PERSICO CANTA DE ANDRE’

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Fabrizio De André è uno dei capisaldi della canzone d’autore italiana.  Ha stravolto i canoni della canzone con le sue ballate, sempre sospese tra mito e realtà. Ha sfidato gli arroganti di ogni tempo con il linguaggio sferzante dell’ironia. Senza mai cedere alle “leggi del branco”. Profondamente influenzato dalla scuola d’oltre Oceano di Bob Dylan e Leonard Cohen, ma ancor piu’ da quella francese degli “chansonnier” (Georges Brassens su tutti), e’ stato tra i primi a infrangere i dogmi della “canzonetta” italiana, con le sue ballate cupe, affollate di anime perse, emarginati e derelitti d’ogni angolo del mondo. Il suo canzoniere universale attinge alle fonti piu’ disparate: dalle ballate medievali alla tradizione provenzale, dall'”Antologia di Spoon River” ai canti dei pastori sardi, da Cecco Angiolieri ai Vangeli apocrifi, dai “Fiori del male” di Baudelaire al Fellini dei “Vitelloni”. Temi che negli anni si sono accompagnati a un’evoluzione musicale intelligente, mai incline alle facili mode e ai compromessi. Di lui, Mario Luzi, uno dei maggiori poeti italiani del Novecento, ha detto: “De Andre’ e’ veramente lo chansonnier per eccellenza, un artista che si realizza proprio nell’intertestualita’ tra testo letterario e testo musicale. Ha una storia e morde davvero”.  

La canzone italiana scopre finalmente temi sociali e politici. Inevitabile pertanto che De Andre’ – suo malgrado – diventi uno dei riferimenti della contestazione giovanile, nonche’ l’incubo dei burocrati televisivi, che non sanno fin dove la censura puo’ colpire storie cosi’ sottili e metaforiche, eppero’ altrettanto esplicite nella loro denuncia sociale. Antonello Persico lo ha celebrato ancora una volta raccontando affettuosamente l’universo artistico di Faber ieri sera al teatro Massimo di Pescara con il suo straordinario talento di cantante e musicista  che rende omaggio alla grandezza di De Andrè.   Proporlo oggi su un palco davanti a platee sempre affollate come ha fatto ieri sera Antonello Persico  non è semplice perché De Andrè usava il linguaggio di un poeta non allineato, ricorrendo alla forza dissacrante dell’ironia per frantumare ogni convenzione. Nel suo mirino, sono finiti i “benpensanti”, i farisei, i boia, i giudici forcaioli, i “re cialtroni” di ogni risma e tempo.   Ma Persico di riesce perché sa interpretatre  bene il suo disperato messaggio di liberta’ e di riscatto contro “le leggi del branco” e l’arroganza del potere nella sua Pescara che è ricca di squallidi esempi. Accompagnato da una band che da sempre il meglio di se e da una violinista (Angela Di Giuseppe) dalla bravura eccezionale che meriterebbe palchi nazionali,  Persico fa  emergere il vero De Andre’.

Il suo concerto è una  summa a ritmo di mazurca di tutti i quartieri malfamati dell’umanita’.  Una ballata noir in cui miseria e morale bigotta sono immersi in un clima baudelairiano da “Fiori del male”.  Un viaggio appassionato nella musica mediterranea, dove gli strumenti della tradizione nordafricana, greca, occitana (dalla gaida macedone alla chitarra andalusa, dallo shannaj turco al liuto arabo) convivono con quelli elettrici in un universo poetico di rara intensita’Una parabola crudele uscita da una delle leggende dei Nibelunghi. La tenerissima “Dolcenera”  e “Princesa” (dall’omonimo racconto-intervista di Maurizio Iannelli), il trans brasiliano che tenta di “correggere la fortuna” per finire “tra ingorghi di desideri” maschili. Una straordinaria invenzione letteraria e musicale costruita su ritmi bahiani (una fusione di jazz, pop e bossanova ) e colori tropicali.  Poi “La guerra di Piero”  canzone anti-militarista per eccellenza, quasi la risposta italiana agli inni pacifisti di Bob Dylan e Joan Baez. La struggente “danza indiana” di “Fiume Sand Creek”, che evoca il massacro perpetrato dagli uomini di un certo colonnello Chiwington, il quale venne poi eletto al Senato degli Stati Uniti.

La ballata medievale di “Carlo Martello ritorna dalla battaglia di Poitiers” (scritta con Paolo Villaggio) degna dei monologhi “storici” piu’ oltraggiosi del teatro di Dario Fo. E poi ancora “Via del campo” e “Bocca di rosa”, filastrocche incantate in cui la prostituzione viene ancora una volta redenta in chiave mitica. Per finire con la beffarda ballata di “Don Raffae'” in cui il protagonista, boss detenuto nella cella-reggia di Poggioreale, e’ assistito da un secondino-maggiordomo che e’ al servizio della mala non per disonesta’, ma per la latitanza dello Stato, che si e’ inghiottito i suoi “quaranta concorsi, seicento domande e novanta ricorsi”. A colpire è anche la sua interpretazione che – come Cohen – indulge sulle tonalità più basse, pur senza una voce profonda e baritonale, aggiungendo un tocco giusto di drammaticità. Si respira a tratti il sapore di mare, il profumo ma anche la puzza del porto di quella Genova che ha la faccia di tutti gli esclusi conosciuti nella citta’ vecchia, le ‘graziose’ di via del Campo, i ‘fiori che sbocciano dal letame. Tra i tanti  che ho sentito per diletto e per dovere  Antonello Persico è in Abruzzo l’unico credibile nell’interpretare  ballate ironiche e senza tempo, con personaggi che sembrano quasi schizzare fuori dai versi, con la loro carica di umanità, inquietudine, disperazione.

 Prevale, nelle sue interpretazioni, la preferenza per toni musicali attutiti, smorzati, “in minore”, che accompagnano una versificazione che riecheggia la ballata di tradizione e di lontana provenienza medievale. Prevale la delicatezza delle atmosfere raccontate e la sorprendente profondità nella sua selezione delle parole e delle sonorità più etniche e popolari del repertorio di Fabrizio,  esplorando le dimensioni più emozionali ed intimiste con una veste speciale: insieme alla Arbor Band viene fuori un concerto veramente di alto livello musicale e culturale attingendo al baule della memoria, intrecciando le note dei celebri versi di Fabrizio con i suoi ricordi spogliandoli con devozione ed affetto di quella cortina di riservatezza che lo contraddistingue nel quotidiano. Senza dimenticare i fini solidaristici concreti e documentati che meritano una pagina a se. Una bella serata. Ed i volti sorridenti di tutti i presenti ne sono la prova più evidente.

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