AUGURI AL “DUCA BIANCO”

AUGURI AL “DUCA BIANCO”

Compie 64 anni il personaggio che più di ogni altro, nel mondo della musica, ha incarnato l’idea di futuro: David Bowie.  Il più postmoderno tra gli artisti e il più poliedrico, icona glam che ha cambiato per sempre la musica, che ha scritto brani che rimarranno per sempre. Artista multiforme che ha rappresentato bene quella che Zygmunt Bauman definisce come l’epoca che ha offerto una libertà di scelta mai goduta prima, ma che ci getta in uno stato di incertezza mai prima d’ora così angoscioso. artista “globale” che ha introdotto una nuova concezione di rock, sfruttandone i meccanismi e stravolgendone i dogmi. Tra capolavori, azzardi e flop. David Bowie, ovvero uno, nessuno e centomila.

Quarant’anni di carriera all’insegna delle metamorfosi, dell’incessante ansia di percorrere e precorrere i tempi: “Time may change me, but I can’t trace time” (“Changes”, 1971) è da sempre il suo credo. Un genio mutante, dunque. Ma il trasformismo è solo la più appariscente tra le arti di questo indecifrabile dandy, incarnazione di tutte le fascinazioni e contraddizioni del rock e, in definitiva, della stessa società occidentale. Nessuno come lui ha saputo mettere a nudo i cliché della stardom, il rapporto morboso, ma anche ipocrita, tra idoli e fan, il falso mito della sincerità del rocker, l’assurdità della pretesa distinzione tra arte e commercio. Grandissimo lavoratore, scrupoloso in ogni campo, studioso pignolo, Bowie è stato anche uno dei primissimi musicisti a concepire il rock come “arte globale” (pop-art?), aprendolo alle contaminazioni con il teatro, il music-hall, il mimo, la danza, il cinema, il fumetto, le arti visive.

Con lui scompare ogni confine tra cultura “alta” e “bassa”. Perché – secondo una sua stessa felice definizione – “è insieme Nijinsky e Woolworth”. E’ grazie ai suoi show che il palcoscenico del rock si è vestito di scenografie apocalittiche, di un’estetica decadente e futurista al contempo, retaggio di filosofie letterarie e cinematografiche, ma anche dell’arte di strada dei mimi e dei clown. E in ambito musicale la sua impronta è stata fondamentale nell’evoluzione di generi disparati come glam-rock, punk, new wave, synth-pop, dark-gothic, neo-soul, dance, per stessa ammissione di molti dei loro esponenti di punta. Ma Bowie è anche la prova definitiva che la critica rock è una scienza inesatta. Nessuno come lui ha fatto accapigliare critici e pennivendoli del globo. Oggi, all’alba di un nuovo millennio, sono rimasti davvero in pochi a contestarne il ruolo di innovatore e precursore del rock. Pochi, e spesso in malafede. Perché Bowie è tra i più amati, ma anche tra i più odiati miti della musica popolare contemporanea.

Difficile da metabolizzare – specie per le frange critiche meno provviste d’ironia – il suo atteggiamento da primadonna altezzosa, ma soprattutto la sua eterodossia rispetto ai sacri dettami del rock: il suo uso spregiudicato dell’immagine, la sua ostentata artificiosità, il suo voler essere artista d’avanguardia vendendosi al pubblico come una starlette di Broadway. E’ innegabile, comunque, che la sua lunga carriera, dopo i fasti del decennio 70, abbia conosciuto un costante declino, interrotto solo da sporadici lampi di genio che, per un attimo, hanno fatto gridare nuovamente al miracolo. Bowie ha attraversato cinque decenni nella musica rock, reinventando nel tempo il suo stile e la sua immagine e creando personaggi come Ziggy Stardust, Halloween Jack e The Thin White Duke (noto in Italia come il Duca Bianco). Dal folk acustico all’elettronica, passando attraverso il glam rock, il soul e il krautrock, David Bowie ha lasciato tracce che hanno influenzato molti artisti. Per questo diciamo, oggi con maggior forza: buon compleanno David Bowie. E con lui celebriamo tutti quelli che non hanno paura di osare. 

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