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AUGURI FRANCESCO

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Oggi alle ore 16 /18 sul GoToWebinar de “La Sapienza”, per gli studenti del Dams, ma anche per i liceali che preparano gli esami di Stato, lezione su Francesco Guccini. Io c’ero quella volta in cui si è spenta per un attimo la luce al Palasport di Casalecchio di Reno. La voce improvvisamente sottile sulle note di Cirano. La mano sull’asta del microfono. Il Guccio che tira dritto per chiudere il pezzo. Due bicchieri d’acqua e Dio è morto con chitarra a tracolla sembra un brano scritto ieri. E poi 7 anni di silenzio. Francesco Guccini, 80 anni oggi, intellettuale, libertario. Imbarazzante. Pretesco. Noioso. Banale. Furbetto. Ripetitivo. Comodo. Soffocante. Predicatorio. Atroce. Saccente. Ampolloso. Insulso. Risaputo. Ovvio. Mellifluo…”. Geniale Francesco. Auguri Francesco.
“Ma un’altra grande forza spiegava allora le sue ali, parole che dicevano: gli uomini son tutti uguali…” Quest’anno, il 14 giugno, ha compiuto 80 anni Francesco Guccini da Modena, professore di lettere e tanto altro, un “caso” nel panorama musicale italiano (ma forse non solo) del tutto anomalo…. Per circa 50 anni infatti (“Noi non ci saremo” retro del noto 45 giri “Auchwitz” gran successo dei Nomadi è del 1964 !!!) ha sfornato, senza cadenze ben precise, dischi di autore che, senza alcuna presentazione pubblicitaria, e senza alcun bisogno di passaggi televisivi, finivano puntualmente e subito in testa alle classifiche di vendita ed ivi ci rimanevano per un bel pò ed indipendentemente dalla concorrenza straniera o nostrana.


Ugualmente ogni anno, per 50 anni, verso l’autunno, mollava per un pò di tempo la sua casetta negli appennini tosco-emiliani (ove si è rintanato fuggendo dalla celebre casa bolognese di via Paolo Fabbri 43) e i sui tanti altri interessi (oltre che insegnare scrive con un amico bolognese del formidabili libri gialli), imbracciava la sua gloriosa chitarra rigorosamente acustica, e si faceva coi soliti musicanti che lo accompagnavano da illo tempore, il giretto dei grandi palasport italiani che sempre puntualmente, e ancora una volta senza grandi annunci o altra grancassa, riempiva fino all’inverosimile, roba da fare schiattare di invidia.
E il bello è che il suo pubblico è cresciuto di anno in anno giacchè ai nostalgici che vanno ai suoi concerti come fosse un rito annuale si aggiungevano man mano masnade di nuovi ragazzetti infraventenni col pugno chiuso che cantavano a memoria i suoi testi (peraltro lunghi e non facili) insieme a padri e ormai anche nonni, e così ai suoi happening si creava una atmosfera affatto particolare con almeno tre generazioni riunite sotto un unico tendone a sentire musica. Di questi concerti io, negli anni ‘90/2013, ne ho organizzati una ventina. Mi ricordo che uno dei suoi più recenti concerti al Palalotto, letteralmente stipato in ogni angolo, con centinaia di giovanotti in piedi abbarbicati ad ogni pertugio e distinti padri di famiglia comodamente assestati sulle tribune più defilate ed austere magari arrivati 3 ore prima per stare comodi…Ma uguale il 26 marzo 2010 a Roseto. E soprattutto il concerto di addio il 23 giugno del 2013 allo sferisterio di Macerata.

Evidenziando il più spettacolare dei contrasti pubblico-evento, di fronte a una tale massa di adoranti lui esce sul palco arrivando da dietro senza luci o altro, con la solita camiciona ed il solito bicchiere di carta che appoggia per terra e, come se niente fosse, inizia il suo solito show, quasi si affacciasse al balcone di casa propria e di fronte a quattro gatti e non ad una platea immensa, e dopo un semplice saluto, comincia a raccontare e a raccontarsi. Il concerto di Guccini non è mai stato il solito concerto dove il divo arriva, inizia a suonare e poi smette e se ne va, ringraziando tra le urla, no ! Da Guccini insomma si andava per una serata insieme ad un ormai vecchio signore che ha visto passare tutte le mode e le chimere possibili e che non è mai cambiato e che quindi riceve ancora oggi il giusto tributo di un grande pubblico che ancora ha voglia di sentire la sua musica ed il suo vissuto che, rispetto alle tante mode effimere, non è mai tramontato, perchè la poetica musicale di Guccini potrà piacere o meno, ma era e resta “essenza” e non “crosta”. E così tra una battuta e l’altra, di politica come d’amore, e qualche sassolino che la sua veneranda età gli concedeva ancora di togliersi, ma sempre con quella patina di sana compiacenza emiliana, che solo in quella incredibile terra è dato di trovare e senza sbavare, Guccini rinnovava il suo mondo e la sua musica attraverso i suoi soliti ed immortali pezzi che ogni volta riascolti volentieri, perchè quando li hai sentiti eri ragazzino e volevi cambiare il mondo e oggi che il mondo non te lo fanno più cambiare c’è ancora lui che per una sera ti ricorda che la vita merita di essere impegnata e non buttata .

Anche la scaletta da anni e anni è stata sostanzialmente la stessa, si cominciava con “Canzone per una amica” che scalda la voce (lo ha detto lui) e si finiva con il rito della… “locomotiva” che è un pò l’inno dei gucciniani, perchè in fondo quell’anarchico che corre contro il treno altri non è lui, questo grande cantore della generazione anni ’70 che dopo gli anni ’80 e i ’90 e quanto ne è successo, ha parlato ai ventenni degli anni 2000 e parla ancora a quelli del 2020, senza saccenza e senza infingimenti, giovani che infatti lo capiscono perchè non si traveste da giovane nè da finto papà. Mi ricordo che qualche annetto fa rimase alquanto stupito quando gli raccontai che in Marocco che alcuni giovani al festival di Essaouria , che avevano dai 19 a i 21 anni, suonavano alla chitarra le canzoni di Guccini… Ma quante canzoni meravigliose ha scritto questo superbo cantore da osteria che ha una faccia talmente espressiva già di suo che lo ha voluto il Liga per il suo Radiofreccia e che ha fatto commentare all’anziano papà di una mia carissima amica del tutto digiuno di musica italiana che quello che stava ascoltando (ossia la locomotiva) era un’opera d’arte e non una canzone ?


Non so…vogliamo così ricordare a caso la meravigliosa e struggente “Farewell” oppure quella irrinunciabile “Cirano” canzone di tale intensità emotiva che solo per quella il nostro meriterebbe un posto nella enciclopedia della grande musica, giacchè fa venire la pelle d’oca ogniqualvolta la senti (ma poi ha scritto anche “Dio è morto” e quindi il posto nella enciclopedia deve aumentare) ?
Certo poi come dimenticare Eskimo oppure quella lancinante dedica alla Baraldini “canzone per Silvia” oppure quelle canzoni d’amore bellissime dedicate a due città così diverse come Venezia e Bologna, o le immortali “osterie di fuori porta” o ancora quella “Avvelenata” che quando uscì io facevo ancora il ginnasio ???
Insomma Guccini, come tutti gli artisti (cfr. Dylan) può ovviamente non piacere ma è la prova evidente che il successo, quello vero e che resiste nel tempo, il più delle volte arride a chi vale davvero, e non a chi cerca soltanto di farlo credere per un pò, forse perchè, come nella immortale Eskimo, lui “le tette al vento le portava già tanti anni fa…….”. Auguri Francesco.

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