You are currently viewing AVREI VOLUTO SENTIRLA RIDERE. AVREI VOLUTO VEDERLA CORRERE

AVREI VOLUTO SENTIRLA RIDERE. AVREI VOLUTO VEDERLA CORRERE

  • Autore dell'articolo:
  • Commenti dell'articolo:0 Commenti

E che cavolo! Basta un pò di sole e a scuola non ci va proprio più nessuno. E tutti qui a Villa borghese a disturbare la mia passeggiata.  Ma anche una “breve”, una notiziola piccola piccola mi disturba. Una ragazza di 17 anni è morta ieri notte a Roma mentre risaliva tra la massa anonima dalla metropolitana di Termini dove era andata ad abortire.  E invece avrebbe dovuto essere con questi altri ragazzacci a correre a villa borghese.  E avrei voluto sentirla ridere e vederla correre con le altre.  E godersi questo tiepido sole.  E invece è andata a morire in un angolo lurido della metrò così tanti vicino e così tanto simile all’inferno.  E’ proprio vero. Ci sono luoghi in cui sappiamo riconoscerci e altri che paiono fatti apposta per disegnare con impassibile precisione il nostro volto di massa anonima. 

I meandri della metropolitana, con i suoi dedali di scale.  Così simili ai gironi infernali.  Le fermate dell’autobus, in un continuo viavai che ci impone di non fermarci a guardare, a cercare di capire che cosa succede.  Non a caso questi luoghi, quasi un simbolo della nostra frenetica modernità, diventano teatro di storie che preferiremmo ignorare.  Ma quelle di tanto in tanto affiorano dai sotterranei. E ci disturbano.  Proprio come a Roma, dove in metro si chiede e si compra droga, si chiede e si compra sesso, si chiedono, pagano e ottengono aborti clandestini.  Li sotto, dove le luci artificiali diventano più fioche, fra i binari e i corridoi più luridi, sulle pedane dei binari più lontani, si consuma quotidianamente una specie di immenso commercio dello squallore e consultorio per le donne in difficoltà.  Li dove i ragazzi di periferia si inginocchiano davanti a mezzi uomini ansimanti per comprarsi il giubbotto alla moda. La dove il pusher di colore vende bustine di farina, calce e un pò di robba a due coatti a cui la vita non offre nient’altro.  Li dove non arriva nessuno le brevi trattative che si concludono con interventi clandestini e sacchetti di pastiglie ceduti sottobanco, con un codice di gesti e parole fatti apposta per passare inosservati, sotto la fragile copertura che i luoghi di passaggio garantiscono.  Dove tutti siamo solo facce anonime e gambe che corrono. 

Anche così si abortisce in Italia: con una fermata d’autobus o di metro per sala d’accettazione.  E non si tratta di casi isolati: è un sistema intero, che funziona a pieno regime.  E tutti lo sanno.  Molte delle donne che vanno a chiedere di abortire nei corridoi della metro, alla fermata dell’autobus di una metropoli come Roma, sono straniere.  Ma ci sono anche italiane. Giovani. Povere. Senza famiglia o con famiglia assente.  Minorenni. Giovani che si vergognano, che non possono permettersi di guastare una carriera avviata, e scelgono di farlo così, di nascosto.  O giovani straniere, braccate da una clandestinità cronica, sentono di non avere altra scelta che quel buio lì.  Le italiane optano per il buio perché sono vittime di un’altra clandestinità, più inafferrabile, strisciante.  Le une e le altre ci dicono che dentro questo nostro mondo ne esiste un altro. Un po’ come la rete della metropolitana sotto il traffico in superficie: non si vede, ma c’è. E ogni tanto non si può fare a meno di abitarlo, anche solo attraversarlo. 

Sembra quasi improbabile, eppure in questa società dai diritti reclamati e ottenuti, dove le garanzie sociali sono un vanto e la tutela globale della persona un impegno comune, succede che ogni anno circa ventimila donne abortiscono clandestinamente. Senza copertura sanitaria, con procedure immancabilmente ad alto rischio.  Avrei voluto sentirla ridere e vederla correre con le altre.  Invece devo chiedermi cosa spinga una persona a trattare così se stessa e il proprio corpo?  La paura, certo.  Ma anche una diffidenza profonda per la legalità, per il sistema che sta alla luce e dove da anni si può interrompere una gravidanza indesiderata a termini di legge, sotto l’ala di un servizio sanitario.  E’ assurdo che tante donne scelgano un anonimato rischioso, in una società come la nostra così ossessivamente attenta al rispetto della privacy.  Come se l’emancipazione e il progresso non fossero riusciti a estirpare quel senso di sottomissione femminile a un destino ingrato, di cui vergognarsi.  Una specie di rassegnazione a una comune condanna che ci impone di stare nell’ombra di un sotterraneo, anche quando potremmo risalire in superficie.  E avrei voluto sentirla ridere e vederla correre con le altre.  Ma la rassegnazione è anche questa. 

Lascia un commento