BERLINGUER MUORE : NULLA SARA’ PIU’ COME PRIMA

BERLINGUER MUORE : NULLA SARA’ PIU’ COME PRIMA

Se si fosse fermato sarebbe rimasto in vita. Padova: 7 giugno 1984. Enrico Berlinguer sta concludendo il suo comizio per la campagna elettorale delle Europee. Improvvisamente si sente male. C’è una folla di giovani che lo applaude entusiasta. Quell’incontro segna una riconciliazione di Berlinguer con il mondo giovanile, dopo le contestazioni degli anni duri contro il terrorismo. Si sente male. Non riesce a parlare. La gente grida “Basta Basta” . Sul palco provano a fermarlo ma lui vuole concludere.  Riesce a portare a termine il suo discorso, ma a fatica, con il fazzoletto sul viso, mentre la gente lo vede spegnersi e gli urla, impaurita: “Basta, Enrico!”. “Basta, Enrico!” Le gambe gli mancano, viene tenuto sollevato dai collaboratori e riportato in hotel. Si corica, sembra dormire ma entra in coma. Non si sarebbe più risvegliato. Padova: 7 giugno 1984.  Accanto al segretario c’è il giovane segretario Pietro Folena.

Molti sguardi si cercano, fra le file, e in molti Pietro coglie la sua stessa percezione, nulla sarebbe stato più come prima,  quel modello di partito, che il vecchio Segretario aveva sviluppato a modo suo, difendendolo fino alla morte, era perito con lui. Tutto il Paese  è scosso da un profondo smarrimento collettivo, dopo la morte di Enrico Berlinguer. Il PCI rappresenta un terzo degli italiani, e quell’uomo buono, semplice, onesto era stato il protagonista ed il garante della tenuta del Paese in anni molto difficili, tra crisi economica e terrorismo.  Sono andato a recuperare nei miei ricordi mentali il Berlinguer .Devo dire che mi sono commosso. I ricordi si affollano nella mia mente. La prima volta che Enrico Berlinguer parlò del tema della questione morale era il 1981 e quella sarebbe diventata la sua battaglia finale, etica prima ancora che politica. “I partiti di oggi – denunciò in un’intervista diventata celebre – sono soprattutto macchine di potere e di clientela. Gestiscono interessi, i più disparati, i più contraddittori, talvolta anche loschi. Hanno occupato lo stato e le sue istituzioni”. 

Certamente è a quell’invettiva del segretario del partito comunista che Gianroberto Casaleggio pensa quando sale sul palco di San Giovanni, a Roma, nel maggio del 2014, durante il comizio finale della campagna elettorale per le europee. Lo definisce “una persona onesta” e chiede alla folla di gridare il suo nome talmente forte da farlo sentire sino a Palazzo Chigi, dove al momento risiede Matteo Renzi . Pochi attimi e l’urlo sale: “Ber-lin-guer!”, “Ber-lin-guer!”. Quell’intervista al segretario comunista divenne il manifesto della linea politica del Pci per l’intera prima metà degli anni ottanta. L’aveva realizzata il fondatore di Repubblica, Eugenio Scalfari. E nel suo libro, Meglio liberi, Alessandro Di Battista racconta che quando incontrò Scalfari per la prima volta nel salottino degli studi di La7, prima che i due partecipassero alla trasmissione Otto e Mezzo, gli ricordò “l’intervista che proprio lui aveva fatto” a Berlinguer . Lo fece quasi come un ammonimento, per la nettezza con cui in quella conversazione Berlinguer si scagliava con grandissimo coraggio contro la partitocrazia, descrivendo la degenerazione dei partiti politici. 

Il Berlinguer che nel 1981 pronunciò quelle parole era il segretario di un partito all’opposizione, che aveva giocato la partita della solidarietà nazionale dopo il sequestro e l’assassinio di Aldo Moro, e l’aveva persa. Era un partito che aveva smesso di sperare nella possibilità di andare al governo nel breve termine, e aveva acquartierato le sue truppe in una ridotta che gli consentiva di attendere, casomai ci fosse stata, una seconda possibilità per andare alla guida del Paese. Fu il rifugio dello splendido isolamento, della diversità comunista, della volontà di differenziarsi da tutti gli altri partiti. Fu l’angolo in cui si rinchiuse, dopo aver perso milioni di voti da quando aveva raggiunto il massimo storico nel 1976 (34,4%), per tracciare il profilo di un’identità antropologica che faceva del Partito comunista uno stato nello stato, “un paese pulito in un paese sporco”, come l’aveva definito Pier Paolo Pasolini. Ma la purezza è un abito che si indossa con comodità quando si sale sulla barricata della contestazione, ma diventa un vestito stretto, se non addirittura una camicia di forza, quando si lavora alla formazione di un governo in una repubblica parlamentare, il momento in cui occorre saper rinunciare a qualcosa di sé e dei propri obiettivi di lungo termine per realizzare alcuni dei punti del proprio programma.L’orizzonte di Enrico Berlinguer era la società comunista.

Eppure, nel 1973, pubblicò quattro articoli su Rinascita per spiegare al suo popolo che l’avanzata delle classi lavoratrici e della democrazia sarebbe stata contrastata con tutti i mezzi possibili dai gruppi sociali dominanti e dai loro apparati di potere. Il governo socialista di Allende in Cile era stato appena rovesciato con la forza dal generale Pinochet, aiutato degli Stati Uniti d’America. Un fatto che preoccupò moltissimo Berlinguer e lo convinse che – per via degli equilibri internazionali – il Partito comunista non avrebbe potuto governare l’Italia neanche con il cinquantuno per cento dei voti. Ecco perché era necessario tenere saldamente in mano la causa della difesa della libertà e del progresso e che, per farlo, era indispensabile ricercare ogni possibile intesa e convergenza tra tutte le forze popolari. Era la teoria del “compromesso storico”, la mano tesa del Partito comunista alla Democrazia cristiana. Era l’altro Berlinguer. Non il Berlinguer fotografato nel momento del massimo isolamento e splendore, nobile nell’altera distanza che aveva messo tra il suo partito e tutti gli altri. 

Era il Berlinguer uomo politico accorto, conoscitore delle astuzie del mestiere, consapevole dei rapporti di forza, della fragilità della testimonianza di principio.  Frugando nella memoria mi verrebbero in mente tanti episodi. Ma oggi ricordo solo quello che mi hanno raccontato….” Salimmo in camera, si stese sul letto e si tolse le scarpe. Aveva conati di vomito, diceva che era la reazione al pranzo. Berlinguer si assopì . Tutti pensarono : meno male, ora si riposa un pò e passa tutto. A questo punto il dottore chiamò l’ospedale spiegando che si trattava di un’urgenza, parlò di codice rosso e chiese un’ambulanza. Berlinguer è gravissimo, è in coma. …L’agonia di Berlinguer durò ancora per alcuni giorni. La nostra speranza di rivederlo vivo era a quel punto legata a un filo sottilissimo. Ma purtroppo l’11 giugno il filo si spezzò…”

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