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BLUES IN PARADISO

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E’ morto B.B. King, 89 anni, il più grande fra i grandissimi della musica nera americana. Continuerà a suonare la sua chitarra solo nei dischi che ha prodotto lungo la sua sterminata carriera. Era così innamorato della sua chitarra – una Gibson ES-355 custom – al punto di battezzarla con un nome da donna: Lucille. Ora quella sei corde, insieme a tutto il popolo del blues, piange in silenzio la morte del leggendario B.B.King, scomparso stanotte nella sua abitazione di Las Vegas. Lo ricordo. Il Re. La leggenda. Sempre gentile, sorridente, affettuoso con tutti. Ricordo bene la prima volta che lo incontrai all’Alexander Platz di Roma 1980. E lo ricordo bene a Orvieto, Pistoia, Milano. Seduto in mezzo al palco con una giacca blu argentea, la sorella di una vita, Lucille, è regolarmente al suo posto, in grembo, e sussulta, sincopata, come ha fatto instancabilmente da quasi settant’anni. Ma, improvvisamente, l’impianto salta, gracchia malamente. E’ vergognoso che non si sia fatto un soundcheck rigoroso per una leggenda come lui. Ma lui non se ne cura, non si alza bizzoso né tantomeno inveisce: continua invece imperterrito a suonare, e la chitarra Lucille vola sopra qualunque stridio. Questo era B.B. King, questo l’ultimo concerto visto a Perugia, musicista infinito, capace di attraversare il globo in lungo e in largo oltrepassati da mò gli ottanta, quando i suoi coetanei da tempo riposavano a casa con i nipoti.

Forse perché Riley B. King conosceva bene il valore della fatica, del sacrifici, raccoglitore di cotone quando gli altri bambini andavano a scuola, figlio insomma del Mississippi peggiore, segregazionista infame. E poi riscattato, prima dal gospel, poi dal blues («mi dava più mance del gospel», avrebbe confessato) in quel di Memphis, la patria di Elvis, negro bianco, la libertà in note per molti afroamericani. Sì, da lì sarebbe partito, nel frattempo diventato B.B., the Blues Boy, per una carriera longevissima. Celebre più per l’inconfondibile stile che per le canzoni, (ne avrebbe scritte e interpretate centinaia negli album che non si riescono nemmeno a contare tanti sono), grazie alla Gibson Lucille di cui sopra, chitarra parlante quasi singhiozzante, come avrebbe detto George Harrison. Amatissimo dal rock intero, che chiese a più riprese i suoi servigi, dai Beatles agli U2, oltre ai fratelli di sangue Miles Davis, James Brown e Ray Charles, B.B.

aveva un sogno che non è riuscito a realizzare, incontrare Nelson Mandela, per il piccolo raccoglitore di cotone, simbolo assoluto di emancipazione e libertà «Se me lo trovassi di fronte – dichiarava – diventerei così nervoso che non saprei cosa dirgli. Se ce la facessi, gli direi che sono orgoglioso di lui e della sua vita perché mi hanno reso più uomo». Non ce l’ha fatta. Ora potrà suonargli un blues. E non dovrebbero esserci problemi col suono. Nella sua lunghissima carriera ha inciso 50 album in studio e girato il mondo in tour che lo hanno portato più volte anche qui da noi in Italia. Anche gli U2 lo avevano voluto accanto sul palco per l’incisione della sua “When love comes to town”. Con il suo stile ha influenzato generazioni di musicisti illustri, a cominciare da Eric Clapton, con il quale qualche anno fa aveva inciso l’album “Riding with the King”… ma anche Jeff Beck, Van Morrison, David Gilmour fino ai nostri Zucchero e Luciano Pavarotti! Riley

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