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BORSELLINO : UNA VITA SOTTO ASSEDIO

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Giovanni Bianconi, nel suo libro “L’assedio”, partendo dall’attacco contro “i professionisti dell’antimafia “ sferrato da Leonardo Sciascia, mette in fila tutte le vili accuse e le diffamazioni possibili di cui Falcone e Borsellino furono oggetto e parla di vite passate a combattere la mafia e a difendersi da tutto il resto. Avevano contro i mafiosi, chi non riusciva , non voleva o non sapeva combattere i mafiosi, e chi stava a guardare come una corrida chi vincesse tra lui e la mafia. E Cosa Nostra era lì a osservare il progressivo isolamento, ad aspettare il momento giusto per colpire. Falcone viene ucciso da direttore degli Affari Penali, mentre lavora a Roma alla costruzione della Superprocura voluta da Martelli. Borsellino viene ucciso subito dopo perché si oppone alla strategia dei servizi segreti che intavolano una trattativa con cosa nostra. Stragista corleonese. 

Falcone prima e Borsellino poi sapevano di avere il destino segnato, eppure non si sottrassero alla morte. Ma dobbiamo leggere e interpretare il loro martirio sapendo che non era possibile fare marcia indietro dopo tutto il sangue versato. Erano morti colleghi magistrati, poliziotti, nascondersi non si poteva, cambiare vita era troppo tardi. E allo stesso tempo, pensare a Falcone e Borsellino come due uomini rassegnati alla morte significa non comprendere fino in fondo il valore del loro sacrificio. Giovanni Falcone voleva vivere. Paolo Borsellino voleva vivere. Nessuna vocazione da parte loro al martirio, tutt’altro. Mi capita di paragonarli a Giordano Bruno perché anche Bruno voleva vivere e quindi credendo di potersi salvare decise di abiurare. Negare verità etiche significa cancellarle.

Nel teatro dell’inquisizione Bruno ha creduto di poter recitare la parte di colui che si pente, fino a quando non capisce che la posta in gioco è troppo alta, molto più alta della sua stessa vita. Anche Falcone e Borsellino sono stati costretti a difendere la verità del loro lavoro con il sacrificio, un sacrificio che non poteva essere pubblicamente rivendicato perché adesso come ventotto anni fa la delegittimazione è percepita come autentica, più autentica di ogni legittima difesa. “Buonisti” li chiamerebbero oggi, di quelli che senza prove certe non lanciano dardi, nemmeno contro un nemico infame come la mafia. Falcone e Borsellino insieme a pochi, pochissimi altri, hanno combattuto contro il più feroce dei nemici sapendo che a loro non era concessa alcuna scorciatoia; sapendo che per quanto il loro nemico fosse disonesto, scorretto e potente potevano contrastarlo con una sola arma: il diritto. Solo il diritto era garanzia, solo attraverso quello si sarebbe evitato di ledere i diritti di tutti.

Una grande lezione per noi oggi, che vediamo quotidianamente farne strame da chi considera il fine superiore a qualunque mezzo e il diritto un ostacolo da spazzare via. A ogni commemorazione delle stragi di Capaci e via D’Amelio, non posso fare a meno di ricordare che allora come oggi la grammatica comunicativa è la stessa, se non peggiore: solo sui cadaveri gli italiani riescono a esprimere una solidarietà e un’empatia disinteressate. A chi si preoccupava perché fumava troppo, Borsellino rispondeva: “Non mi uccideranno le sigarette”.

Sembra un dettaglio futile, ma la storia dobbiamo raccontarla, per conoscerla davvero, seguendo percorsi laterali, unendo i puntini dei dettagli futili. E dettagli futili sono il veleno quotidiano e le accuse che al pool antimafia e ai singoli magistrati venivano rivolte da colleghi magistrati e da giornalisti per come lavoravano e comunicavano. Innovatori del diritto, magistrati che davano una solidità tale alle  inchieste da superare la più difficile delle prove, la verifica dibattimentale. Per queste doti — innovazione e rigore — Falcone e Borsellino in vita furono considerati magistrati scontrosi, burberi, poco ortodossi. Odiati, ostacolati, disprezzati, esposti alla pubblica disapprovazione e isolati e non, come la storiografia ufficiale ci tramanda, apprezzati, rispettati, appoggiati. Questo è il torto più imperdonabile che si possa fare alla memoria dell’antimafia vera, perpetrare la menzogna di eroi riconosciuti, di magistrati che hanno lavorato con il sostegno dei colleghi e dell’opinione pubblica.

Queste mie parole suoneranno odiose e vogliono esserlo perché per capire il Paese che siamo, dobbiamo sapere che Paese eravamo. E per capire che Paese eravamo dobbiamo studiare ciò che è stato fatto a Falcone e Borsellino in vita. Potrebbe sembrare, a un giovane delle scuole italiane, che questi magistrati siano stati uomini giusti, rappresentanti dell’Italia perbene, uccisi dagli uomini ingiusti, rappresentanti dell’Italia corrotta. Non è così. La sintesi di ciò che Falcone e Borsellino hanno dovuto subire l’ha fatta, a dieci anni da Capaci, Ilda Boccassini, un’altra “scorbutica, antipatica”, il magistrato che forse più di tutti ha ereditato il loro metodo investigativo: “Non sono stati uomini in Italia che abbiano accumulato nella loro vita più sconfitte di Falcone e Borsellino.

 Vincevano nelle aule di tribunale per questo perdevano fuori. Non ci sono stati uomini la cui fiducia e amicizia sia stata tradita con più determinazione e malignità”. Falcone bocciato come consigliere istruttore, come procuratore di Palermo, come candidato al Csm, e — continua Boccassini — sarebbe stato bocciato anche come procuratore nazionale antimafia, se non fosse stato ucciso. Borsellino tradito dallo Stato e ucciso da servizi dello stato che hanno continuato ad ucciderlo con 28 anni di menzogne e depistaggi. Uno dei motori principali dell’ostilità continua verso di loro è stato il meno citato in questi anni, ed è il più abietto dei sentimenti: l’invidia. Non sembri un’esagerazione, non è una mia idea, perché questa parola — invidia — è nero su bianco in una sentenza della Corte di Cassazione nell’ambito del processo per l’attentato dell’Addaura. Ma come si poteva invidiare uomini che erano obiettivi tanto esposti? Si poteva eccome, non riuscendo a eguagliare il loro rigore e talento, si arrivava a detestarli, a cercare di ostacolarli. Come lo attaccavano? Esattamente con le stesse parole con cui oggi gli haters riempirebbero i social.

 Falcon Crest, il giudice abbronzato, il guitto televisivo, l’amico dei politici, l’uomo che usa la mafia a favore delle telecamere. Sino alle insinuazioni “se è in vita è perché lo ha permesso Cosa Nostra” ai cui affiliati viene così attribuito potere assoluto di vita e di morte. Una sorta di omaggio, più o meno inconsapevole, alla mafia da chi credeva, diceva o fingeva di volerla combattere. E Falcone e Borsellino, che abbiamo visto rispondere in televisione, non riuscivano fino in fondo a credere possibile di doversi scusare per essere ancora in vita.

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