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BUON COMPLEANO BOSS

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Si può essere Bruce Springsteen in molti modi. Il profeta del rock’n’roll, il cantautore urbano, il menestrello della provincia, l’hard rocker delle periferie, il bandleader senza macchia o paura, il folksinger malinconico, c’è lo Springsteen che resiste al male e quello che fa piangere sommessamente, quello che ti spinge a urlare e quello che accarezza la nostra malinconia. Chi pensa a Springsteen come a un monolite non conosce davvero il suo universo. E chi pensa che sia infallibile, oltretutto, non ha chiaro le debolezze, le insicurezze, le incertezze che hanno segnato e segnano la sua intera storia d’artista. Certo, sembra assurdo, una volta visto Springsteen sul palco con la E Street Band, immaginare che possa, dietro la sua immagine di rock’n’roll hero, esserci tutto questo, ma la verità è proprio quella nascosta tra le note di Western Stars: alla bellezza di settant’anni, dopo tutto il successo, gli applausi, i premi, la gloria, Bruce Springsteen è ancora alla ricerca di se stesso . Oggi, giorno del suo compleanno, come per chiunque altro, i settant’anni segnano un segnalibro che risveglia demoni, fantasmi di vecchiaia, rendiconti e bilanci. Per lui significa essere ancora in sella, mai domato, ancora inquieto, selvaggiamente sincero anche quando come regalo di compleanno per la data che si profilava all’orizzonte ha deciso di regalarsi una struggente confessione. Western stars. Lui di viaggi ne ha fatti centinaia, forse migliaia, sempre da capo, a ricominciare, a battere la strada come un tappeto volante verso il futuro, viaggi fatti con la testa e col corpo, e una volta ancora guarda verso l’orizzonte.

Come un Ulisse in versione country & western, nel pezzo che apre l’album molla tutto e si mette in strada, zaino in spalla, e va a cercare se stesso. Il messaggio è evidente: a settant’anni Bruce Springsteen non si sente appagato, non ha smesso di cercare. Soprattutto non ha smesso di onorare il patto che alcuni decennni fa, quando era uno spiantato ragazzo di provincia col mito del rock’n’roll, ha stabilito col pubblico: se mai avesse sfondato, non avrebbe tradito le sue origini, quella bruciante voglia di riscatto, la ricerca di giustizia e verità. Non avrebbe mai smesso di essere uno “nato per correre”, incarnazione perfetta del working class hero evocato nel 1970 da John Lennon, amico e interpete dei lavoratori che vanno a vedere i suoi concerti, ancora ruvido, sobrio, vestito come uno di loro, malgrado sia diventato ricchissimo, malgrado di fatto non abbia mai davvero lavorato, come ironicamente ha ammesso nello spettacolo in solitario che per molti mesi ha replicato al Walter Kerr theatre di Broadway. Mai un lavoro vero, almeno di quelli che t’impegnano dalle 9 alle 5, ma in compenso sulla musica ha lavorato come un matto, un fanatico della fatica, con concerti interminabili di sudore e sangue, mesi e mesi passati in studio a cercare il suono giusto, instancabile artigiano della musica, nel disco uscito da pochi mesi, nel documentario che sta per uscire nelle sale col medesimo titolo di Western stars, con altre promesse di ritorni dal vivo e recupero della E Street band, come ha sempre fatto dopo un periodo di introspezione solitaria. Lui, esaltato cantore del sogno americano e allo stesso tempo spietato censore del disincanto, dei tradimenti, delle mancate promesse.

Un eroe maturo, ma sempre fiero, combattivo, disposto oggi ad affrontare uno per uno i suoi demoni, le nostalgie, i rimpianti, l’inevitabile dovere di un uomo coscienzioso della sua età: conciliare la sua voglia di libertà con l’essere un padre e un marito esemplare. Ecco, Springsteen è esattamente questo, uno di cui il mondo ha bisogno, un eroe senza macchia, un onesto e gentile guerriero che usa la sua Fender come una spada laser dell’esercito del bene, un predicatore in missione per conto di cause superiori. Per avvicinarsi al nuovo album di Bruce Springsteen si può fare un giochetto: leggere i testi ancora prima di ascoltare la musica. Perché Springsteen, non è solo un grande musicista. È un narratore dell’America profonda, che non dimentica la lezione di John Steinbeck. E in Western stars c’è un nuovo capitolo del suo grande racconto, un affresco di perdenti, solitari e reietti che il Boss dipinge con la solita empatia e un gusto per i dettagli da consumato romanziere. L’unica vera novità dal punto di vista tematico è la senilità: molti dei protagonisti delle nuove canzoni sono vecchi e stanchi, come forse comincia a sentirsi un po’ pure lo stesso Springsteen, anche se a vederlo non lo si direbbe.

Nel brano che dà il titolo al disco per esempio il protagonista è un attore fallito, invecchiato, stanco, che per cominciare la giornata si fa portare dalla truccatrice “un uovo e uno shot di gin”, che deve prendere il viagra sennò non riesce a fare sesso e dorme in mezzo al deserto in California, dove di sera dalla sua veranda passa “un coyote che ha in bocca il Chihuahua di qualcuno”. L’unica cosa che lo consola è il ricordo di quando, tanto tempo fa, ha recitato con John Wayne. In meno di cinque minuti c’è così tanto materiale da scriverci un racconto. Nel corso della sua carriera. Ma la vera novità dal punto di vista sonoro è l’uso massiccio dell’orchestra. Western stars non è certo inattaccabile: ha qualche battuta a vuoto che, ironicamente, corrisponde a due dei singoli pubblicati prima dell’uscita del disco: Tucson train ha una melodia orecchiabile ma sembra uno scarto di The rising e There goes my miracle è uno dei pezzi più brutti mai pubblicati su un disco di Springsteen. Ma l’album, dopo un calo nella seconda parte, si riprende con una piccola perla nel finale: la ballata folk Moonlight Motel è ambientata in un albergo di provincia, dove non passa mai nessuno e “i denti di leone crescono nelle crepe del cemento”.

Una scaletta senza riempitivi, magari di nove o dieci brani, sarebbe stata più efficace. Eppure nel complesso Western stars è un album riuscito e anche piuttosto unico all’interno della produzione del cantautore statunitense. Non ha la pretesa di regalare singoli alle radio, e questo è un bene. Gli anni passano, ma la voce di Bruce Springsteen è ancora in grado di raccontare l’America in modo sincero. Si può essere Bruce Springsteen in molti modi. Il profeta del rock’n’roll, il cantautore urbano, il menestrello della provincia, l’hard rocker delle periferie, il bandleader senza macchia o paura, il folksinger malinconico, c’è lo Springsteen che resiste al male e quello che fa piangere sommessamente, quello che ti spinge a urlare e quello che accarezza la nostra malinconia. Chi pensa a Springsteen come a un monolite non conosce davvero il suo universo. E chi pensa che sia infallibile, oltretutto, non ha chiaro le debolezze, le insicurezze, le incertezze che hanno segnato e segnano la sua intera storia d’artista.

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