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CAMBIARE SI PUO’…ALLORA SI DEVE

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Sabato 1 dicembre, una giornata uggiosa a Roma. Ma luminosa. Il “movimento arancione” muove i primi passi nello storico teatro Vittoria di Roma dove si sono incontrate le numerosissime anime della società civile di sinistra, antimontiana, che si è raccolta attorno all’appello “Cambiare si può”, promosso da Paul Ginsborg, Marco Revelli e Livio Pepino. E ho voluto esserci anch’io. Per capire, per ascoltare, per vedere chi c’è. Il “quarto polo arancione”, non ha ancora una struttura e una leadership, ma ha registrato le adesioni eccellenti di Luigi De Magistris e Antonio Ingroia . “Cambiare si può”, “e si deve”, come hanno detto parecchi. E il contributo al cambiamento inizia da qui, dai mille (più altri cinquemila che hanno seguito la diretta on line) che fuor di metafora hanno cominciato a dare una forma alla cosiddetta maggioranza. Più che uno sbarco è un varo, di un’arca. E per il momento punta a raccogliere se non proprio tutti gli esseri viventi di un paese giunto ormai allo stremo, almeno la maggioranza. E’ il suo bacino potenziale o, come direbbero, i pubblicitari, il target di riferimento. Per dirla, invece, con le parole dell’appassionatissimo intervento di Alessandro Gilioli, la maggioranza di un paese che non vuole i tagli al welfare e preferisce lasciare a terra senza problemi gli “F-35”. Una maggioranza che, appunto, un colore ce l’ha, ma non una forma, non una rappresentanza.

Non la forma giusta, e in tempo utile, soprattutto, per partecipare alle elezioni lontano da quella condanna alla testimonianza che i disastri di questi anni sembrano propinarci. Il compito fondamentale è la ricostruzione di un blocco sociale e politico che rimetta in piedi qualcosa che il pensiero unico vuole escludere con tutte le sue forze non solo dal Parlamento ma anche dalla cultura e da tutti i luoghi in cui si prende una decisione o si esercita un confronto. La base di partenza però sembra abbastanza solida: un no fermo a Monti, al centrosinistra, a tutti i sostenitori di un’Europa che ci ordina sempre di fare qualcosa. La discriminante è abbastanza netta. Il rischio di passare dal “Cambiare si può” al “Cambiare per finta” è abbastanza reale. E va evitato. Anche se mai come in questo momento alcune solide esperienze di movimento come l’”Acqua pubblica” e il filone del “No Tav” – le uniche in grado di non imbalsamare “padroni” – rappresentano un punto di riferimento molto valorizzato, non si può cedere a quella filosofia del “raccogliticcio” che sul lungo periodo rischia di inaridire il percorso in cambio di cartelli politici smaglianti. Insomma, occorre ripartire da quei “moderati sovversivi” che oggi più che mai hanno in testa la Costituzione della Repubblica italiana e mettono un punto fermo sul lavoro e sull’occupazione, ma non a tutti i costi. Occorre ripartire da quella società civile che ora è chiamata realmente a contrastare i tagli al welfare e da quel mondo del lavoro che ora realmente è chiamato a far pagare la crisi ai padroni. C’è molto di concreto in tutto questo. E verrebbe la voglia di dire: finalmente.

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