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CERAMI RACCONTA PASOLINI

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Nel suo studio che affaccia su Castel Sant’ Angelo a Roma, Vincenzo Cerami, scrittore, sceneggiatore e altro, giura che ne parlerà per l’ultima volta. Ma non ci credo. Di quando fu rimandato alla scuola media di Ciampino e ebbe Pier Paolo Pasolini come insegnante di Lettere della terza, ne ho sentito già parlare cento volte. Ma ogni volta aggiunge qualcosa. Questa volta “la sua storia” andrà a raccontarla agli studenti delle scuole medie di Roma. Malgrado tanti stenti non mancavano l’allegria e la speranza del futuro. L’aeroporto di Ciampino era nazionale e dalle recinzioni in ferro spinato si potevamo ammirare i progressi dell’aeronautica. Tutti segnali che dicevano ai ragazzini di borgata con le scarpe bucate e le magliette tinte, che si poteva guardare avanti con fiducia. Infatti molti non facevano in tempo ad iscriversi alle superiori che venivano chiamati a lavorare. Proseguivano gli studi i più sfortunati o i figli dei piccoli borghesi che puntavano a salire la scala sociale in grazia del pezzo di carta. In quell’eremo campagnolo, tra macerie e crateri aperti dalle bombe, a 14 chilometri da Roma, paracadutato dal Friuli, il destino fece arrivare un professore di 26 anni, a insegnare italiano, latino, storia e geografia, povero come tutti, malgrado l’obbligo di giacca e cravatta, non importa se sgualcite e consumate. Solo che aveva una voce dolcissima e un sorriso timido, e, al contrario degli altri insegnanti, sapeva dare calci al pallone come un professionista.

Era maestro anche nei tiri in porta, sempre di collo pieno. A scuola si andava per diventare grandi insieme. Conoscersi era per Pasolini il passo necessario alla scoperta del mondo. Ogni suo alunno era un portatore di Sapere, è da lì che faceva compiere i primi passi nel lungo cammino scolastico: per Pasolini erano una somma di individualità diverse e non una semplice somma. La scuola doveva rendere tutti diversi e non tutti uguali. Nei temi liberi chiedeva di parlare della realtà. Chiedeva di raccontare la vita. Faceva studiare, accanto a Dante, i poeti allora quarantenni, come Attilio Bertolucci, Giuseppe Ungaretti e molti altri. Così la parola dei poeti finiva per essere la voce, la lingua. Non separava troppo le materie, studiando latino scoprivamo l’italiano e con l’italiano la geografia, le regioni d’Italia e la loro storia, la nostra più profonda identità.   Pasolini era un professore che formava, liberandoci dalla vacuità delle piccole mitologie per proporre una visione più vasta e complessa dell’universo con animo appassionato e filologico già prima che ideologico.

Non è un caso che fu bistrattato, aggredito e incompreso sia dalla destra che dalla sinistra. Quel professore, faceva scelte coraggiose e provocatorie, al limite dello scandalo in un’Italia insieme bacchettona e resa ciecamente euforica dal consumismo. Nessuno voleva vedere l’anomia e l’omologazione che stavano invadendo, fin dentro le anime, il paese. Il popolo semplice, eternamente vivente fuori della storia, si stava imbarbarendo. E ad uccidere il professore fu proprio la barbarie. Quel giovane professore di Lettere, capitato a Campino per le vie oscure del fato, fu il più grande poeta civile del Novecento. Ma per una volta il più grande sceneggiatore italiano lo ricorderà per come andava su tutte le furie se non gli passavamo la palla nelle partitelle all’aperto durante il quarto d’ora di ricreazione.

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