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CHI PIANGE PER MARCO

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I conti sono presto fatti. un giorno è composto da 1440 minuti.  Dunque in Brasile muore più di una persona ogni minuto. Ragazzi giovani, bellissime ragazze. E tanti bambini. Dovrebbe morire qualche cane bau, qualche micio miao, anche un elefante va bene  per interessare a qualcuno, per avere un pò di compassione. Magari una lacrima e una preghiera.  Li, nell’inferno in terra, dove la pietà non trova più spazio, la peste si è aggiunta alla fame e povertà, e agli squadroni della morte della polizia militare. Sotto un caldo asfissiante, “el ce una terra”, “ascidademaravilhosa” , il gigante del Sudamerica per anni quinta potenza mondiale ,  ha superato  il mezzo milione di contagi e si avvia verso il milione  (707.351)  e le  50 mila vittime (48.783) per il Covid 19. Ma i dati sono certamente sottostimati. Forse sono il doppio, in quanto la massima economia dell’America Latina è stata molto lenta a reagire, perchè il presidente Jair Bolsonaro ha sempre manifestato la propria opposizione alle misure di lockdown.  Così il Brasile delle sterminate favelas, del sistema sanitario inadeguato è diventato il secondo Paese con più contagi al mondo dopo gli Usa.

 Il turismo fermo, i cordoni di polizia armata che spara su chi cerca di uscire, la perdita di oltre 23 milioni di posti di lavoro fanno pensare ad un agghiacciante futuro, ad un massacro.  50 milioni i lavoratori informali che, senza turismo, si sono ritrovati da un giorno all’altro senza nulla. Intanto sono tornate in azione le forze dell’ordine brasiliane nelle sconfinate favelas brasiliane per non far uscire gli appestati da zone circoscritte. Sembra passato un secolo da quando i conosciuti versi di Tom Jobim, il maestro che ha descritto la città di Rio de Janeiro come un paradiso tropicale, hanno perso il loro significato. Questo perché, a pochi chilometri dall’aeroporto internazionale della città, c’è un conglomerato che riunisce 16 favelas dove oggi si vive in stato di guerra. Un esercito di nuovi poveri e indigenti difficilmente riuscirà a essere assorbito dai piani di assistenza sociale; nelle periferie urbane e nelle zone rurali del Nord-Est si teme possa tornare quella fame endemica sconfitta con molta difficoltà dal 2002 a oggi.

Tutto ciò mentre si moltiplicano le fosse comuni in tutto il Paese. Le ultime strazianti immagini mostrano una fila dopo l’altra di tombe scoperte pronte a seppellire le vittime dai Covid-19 nel cimitero di Formosa alla periferia di San Paolo, la città più colpita del Brasile. Che sta perdendo la battaglia contro il virus. Che non riesce a gestire la pandemia.  Perché in Brasile il distanziamento sociale è impossibile, o più ridotto, rispetto al resto del mondo.  A denunciare questa situazione sono rimasti solo i missionari e i preti di strada, che denunciano un aumento brutale dei contagi nei pochi centri per d’assistenza ancora aperti. Il peggio, purtroppo, deve ancora venire. Nelbairrò di Santa Teresa,  circa 200mila persone abitano in balia di una politica di morte. Uomini, donne, giovani e bambini non solo sono costretti a vivere in quel pezzo di mondo senza niente, dimenticato da tutti, ma sono obbligati ad assistere inermi al conflitto costante tra polizia e trafficanti che si fronteggiano ogni giorno a colpi di mitra. Lì nemmeno il cielo è libero. Il volo dei passeri è stato sostituito da quello degli elicotteri. Le forze dell’ordine sorvolano i tetti delle case e delle scuole in cerca del bersaglio da colpire. In questa guerra ci sono madri che seppelliscono i propri figli e figli che rimangono orfani. 

In una piccola sala dell’associazione Sao Francisco, seduta su una sedia di plastica grigia,  Bruna Silva racconta la sua storia di dolore e morte. Il sole che entra dalla finestra le accarezza il viso, duro, asciutto, si vedono le cicatrici della vita che è stata rubata a suo figlio Marcos Vinicius, morto a 14 anni, il 20 maggio. Fame ? Covid ? Se fosse stato un elefantino indiano lo avremmo saputo. Ma di Marcos non gliene frega niente a nessuno.  Quando c’è un massacro in atto la cosa migliore è chiudere occhi, cuore, coscienza, tutto. Far finta che la cosa non esista. Intanto dall’inizio della lettura sono morti due padri, due madri e un bambino. E non hai versato una lacrima. Non c’è l’elefantino poverino. Bruna ha vissuto tutta la sua vita nel Complesso di Santa Teresa. Questa donna dai capelli lunghi ondulati e gli occhi castani deve essere stata bellissima.  Porta con sé lo sguardo di chi ha sofferto.

Ha trent’anni. Ne dimostra sessanta. È il simbolo della tragedia quotidiana, che toglie il diritto alla vita a chi ha avuto la sfortuna di nascere povero e con la pelle nera.  Alla tragedia della morte di suo figlio si aggiunge un altro dolore: proprio lei, che ha sempre detto ai suoi piccoli che nella vita lo studio è l’unica a salvezza, ha visto sgretolarsi la sua idea. Hanno tolto a Marcos il diritto di studiare, sognare e vivere. In certi luoghi non esiste il diritto dei bambini ad avere pace, a poter studiare e condurre una vita normale, senza violenza e malattie. Non esiste il diritto alla vita. Basta trascorrere una giornata nella favela per capirlo. L’amara realtà dei bambini della favela è che hanno perso il diritto di sognare. Nei luoghi dei senza diritti, in cui la violenza e la morte sfondano ogni giorno una porta, sognare è quasi un privilegio e vivere un atto di resistenza. Il regime del terrore fisico e psicologico a cui gli abitanti delle favelas sono sottoposti ogni santo giorno non è una novità. Eppure quei bambini sono educati, diligenti, studiosi, molto parlano inglese, frequentano le lezioni di musica e ballo dei centri missionari, vivono per strada ma rispettano le regale. Ogni tanto ne viene strappato uno alla vita. Chi sarà il prossimo bambino ? A giusto, non te ne frega niente. Mica è un elefantino.

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