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CHIUDE LA BIRRERIA PERONI

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perdiamo una bella storia italiana Quando per l’ultima volta si abbasserà la saracinesca, si chiuderà anche una bella pagina di storia italiana, iniziata nel 1920. Questa sera è l’ultimo giorno di onorato servizio della Birreria Peroni, nel cuore di Roma. Troppo alti i costi. Troppa ignoranza culinaria. Troppo forte la concorrenza delle cialtronerie americane e delle paninoteche-pollaio dove anche la coca cola è annacquata.    La birreria Peroni no. Non ha seguito il flusso. E’ ancora oggi come era in origine nel progetto di Gustavo Giovagnoni, l’architetto che ideò l’intero complesso Peroni. Pavimenti in granito, boiserie di legno, trompe l’oeil nelle arcate interne, termosifoni in ghisa, l’antico quadro di accensione delle luci di sala con pannello in marmo e interruttori di ceramica. Ci sono ancora, sul soffitto, i fili d’acciaio che tenevano il tendone da calare quando, in tempo di guerra, suonava la sirena e scattava l’oscuramento.

Ci sono le foto di Gabriele D’Annunzio che andava a mangiare i saltimbocca alla romana e le favolose zuppe di pesce di mamma Maria, e i wurstel che venivano da Merano. Con la caduta del fascismo la birreria amplia la cucina tirolese, inserendo nel menù anche speck, carrè di maiale affumicato e salamino landjeger. Fedeli allo stile, al menu, nessun timore reverenziale per i tanti clienti famosi. Pietro Germi alle undici di mattina a farsi un quartino di vino bianco, Ugo Tognazzi e Pasolini adoravano le sardine al gratin, Enrico Lucci e Roberto Saviano apprezzano le minestre d’orzo e di farro, Sordi, Patty Pravo e Brignano l’aringa alla francese, Monicelli e Proietti le fettuccine pomodoro e basilico, Ettore Scola, Montesanoe  Gian Maria Volontè mangiavano wurstel e crauti. Walter Veltroni è una specie di parente, dicono «È cresciuto con noi” All’ingresso solo un piccolo cartello. “Chiusura per cessata locazione. Ringraziamo tutti i clienti che ci hanno seguito per tanti anni. Non sappiamo i nomi di tutti ma ricordiamo i volti di ognuno: non li dimenticheremo mai».

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