CI VORREBBE PASOLINI

CI VORREBBE PASOLINI

Nella recensione del mio ultimo libro un giornalista romano ha scritto che alcuni racconti di “Solo un ricordo” gli ricordano Pasolini. Un bel complimento non c’è che dire. Il fatto è che non sono più questi i tempi per Pasolini.  Dei giovani mi hanno cortesemente invitato a Como dove organizzano una tre giorni su “disgregazione sociale e disagio giovanile”. Ho parlato ieri in un teatro strapieno, centinaia di persone, molti giovani presentando il mio ultimo libro “Solo un ricordo” che racconta storie di disagio, di violenza, di quotidiana lotta per la vita, di disgregazione sociale. Che racconta storie vere che ho visto e vissuto e che sono sotto gli occhi di ognuno di noi.  Ciò che li accomuna è il fatto che non vogliono più collaborare con i partiti. Anzi, la prossima volta molti non voteranno. Come loro ne incontro tutti i giorni nel mio Abruzzo, immagine fedele di questa Italia. Sfibrata, sfiduciata, disincantata. Stufa marcia dei partiti, che si è sentita presa in giro dal Pd e dai suoi slogan fasulli, che ha visto consegnare a Di Pietro la questione morale o della legalità, e si chiede con fastidio e con rassegnazione perché mai dovrebbe votare o addirittura militare per qualcuno. 

La sinistra un giorno tutto cuore, un giorno integralista, un giorno malata di torcicollo, un giorno rivoluzionaria, il giorno dopo accoccolata sulle spalle del padrone, ora si scopre scettica e senz’anima. Specchio, suo malgrado, dell’apparato dei partiti senz’anima, ultimo approdo di un centrosinistra in disarmo morale e culturale. L’idea che “non ne vale la pena” ha messo radici solo apparentemente fulminee; in realtà viene dalle lacerazioni e dagli egoismi che hanno strozzato lentamente Prodi, dall’imbroglio delle “primarie sempre”, dalla nausea per il partito delle tessere e delle troppe clientele, dall’irritazione per la gestione giuliva delle candidature, dal rigetto per un ectoplasma zeppo di primedonne senza seguito.  Giorgio Galli, il politologo inventore del “Bipartitismo imperfetto”, l’aveva detto, cifre alla mano, subito dopo il voto delle politiche: non è Berlusconi che ha vinto, è la sinistra che ha perso voti nell’astensionismo.

L’Abruzzo ha confermato e rilanciato. Dà la misura di un’esperienza politica, quella del centro sinistra, incapace di parlare sia al cuore sia alla testa della maggioranza del popolo del centro sinistra. Che esiste. Ma è in cerca di autore.  Allora che dire a questi ragazzi. Cosa posso dire io a questi giovani. Cosa posso dire non avendo le capacità, la credibilità, la notorietà di chi riesce a farsi ascoltare. Come sgretolare il muro che hanno alzato attorno a loro, tra birre, canne, cazzate a tutte le ore e mai un volo per andare aldilà. Per sfondare i muri che si alzano, rialzano e riproducono continuamente nella società fluida e globalizzata. Muri ovunque. Come macigni che schiacciano la fantasia. Come minacce alla libertà di dialogo o di incontro. Non solo quelli fisici tra i popoli e le nazioni. Ma anche quelli invisibili tra le idee o le parole. Tra le persone. Tra i sentimenti. O tra le generazioni.  Ci vorrebbe un nuovo Pasolini.

Un nuovo Pasolini capace di dire le cose che nessuno più sa dire. Capace di parlare di umanità e di antropologia, di civiltà e di politica, ma anche di sport e di pallone. E capace di usare su ogni fronte la parola che intriga, il pensiero che urtica. Di mettere in difficoltà le autorità costituite ma anche i loro oppositori. Scomodo per tutti finchè è vivo, idolo per tutti dopo che e’ morto.  Serve qualcuno per condannare un mondo che si accinge a vivere ancora una volta la Pasqua in arrivo con lo spirito pagano di chi nulla sa e nulla vuole sapere: della Pasqua, della speranza nella resurrezione, della croce, del Figlio dell’Uomo. Ma che vuole consumi e ancora consumi, la gita fuori porta, l’uovo con il regalo, il pensiero e l’animo piatti, la gioia più piena nel vuoto dello spirito e della mente.  “Facciamoci i fatti nostri” è diventato lo slogan dominante per i giovani che incontro. Giovani dalle vite inutili, modeste, grigie, senza slanci, senza ambizioni, senza coraggio, senza voglia ne ragioni per lottare. Che tristezza. 

Serve qualcuno, anche, per condannare senza inchini una religione che pretende di farsi potere temporale, di sopprimere la dimensione spirituale e di ridurla a un catalogo di proibizioni, compresa quello del preservativo nei paesi dove l’Aids ne uccide a milioni. Non mosche, ma esseri umani.  Serve un Pasolini per dire di nuovo: “Io so. Io so i nomi. Io so i nomi dei responsabili della strage”.  Uno che non si faccia scrupoli di passare per giustizialista o antigarantista se fa funzionare i vincoli e le connessioni della storia oltre le dichiarazioni dei tribunali, se sa andare oltre le loro pavidità e i loro opportunismi, oltre il quieto vivere dei magistrati scrupolosamente attenti agli umori del potere.  Serve un nuovo Pasolini per tornare alla franchezza della provocazione e alla immaginazione che solca cielo e mare per ridare un senso a tutto. Per rompere questo quieto vivere che sta uccidendo in silenzio i nostri giovani. 

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