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CON NICHI LE FABBRICHE PER UN NUOVO UMANESIMO

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E’ chiaro che presto l’Italia sarà chiamata a scegliere un nuovo governo. Domani o forse oggi stesso Berlusconi salirà al Quirinale per chiedere ciò che non potrà ottenere: le dimissioni di Fini. Ma è solo un altro giro del cerino. Tra una mossa e l’altra gli schieramenti si stanno preparando a votare, e sanno che lo faranno con l’attuale legge porcata. Andremo al voto proprio in questa fase che segna il punto di massimo decadimento della politica, un punto di crisi senza precedenti dell’etica pubblica e della coesione sociale. Ma, purtroppo, in questo quadro la crisi travolgente del centrodestra vede un affanno drammatico delle forze di opposizione e in particolare del Pd. Tracolla il berlusconismo ma il Pd perde consenso.Da un lato c’è una politica ufficiale che si avvita nella stanca reiterazione di vecchie formule, di proposte bizzarre, di alchimie che fanno rabbrividire per spregiudicatezza,  come quella del governo tecnico o istituzionale e di tutte queste diavolerie.

Dall’altro c’è il tremontismo che avanza e che mette in mora anche Berlusconi con la dittatura dei mercati. E’ un paesaggio che assomiglia a una guerra. In cui un’intera generazione non potrà più darsi appuntamento col proprio futuro produttivo. Sono francamente inascoltabili sia il lessico cingolato di una destra che organizza comunità di rancore come visione generale del mondo, sia un centrosinistra che balbetta ricette di buon senso come un buone amministratore di condominio. C’è una destra che fa il tifo per Marchionne e un centrosinistra che gira la testa altrove come se tutte le culture della modernità non fossero convocate di fronte ai diritti sociali e individuali di un operaio di Pomigliano. Occorre rifondare la POLITICA. Occorrono nuove “fabbriche” per avere nuovi “prodotti”, nuove “cose”. C’è un rischio però. Che il «nuovo inizio» cancelli genealogie col passato che invece ci sono e andrebbero articolate, se si vuole veramente «rigenerare» la politica. Non c’è narrazione senza esperienza. E’ una domanda aperta.

I nodi della storia non sono nicchie di nostalgia, sono vettori di ricerca. Le “fabbriche” devono essere una lotta generazionale all’interno del vecchio centrosinistra. Solo così potranno diventare un esodo dalla cattiva politica che puzza di morte. C’è in giro una curiosità genuina. Bisogna costruire con radicalità un’idea alternativa dello sviluppo e della crescita. C’è un modello di capitalismo e di mercato che non soltanto è sempre più incompatibile con la democrazia: è incompatibile con la vita. Questo è il radicalismo nuovo, universalistico. Il lessico di un’alternativa vincente. Questa, la nostra, è una generazione che può ricostruire una propria genealogia senza furbizie eclettiche e senza torcicollo. Gli alleati spontanei di questi giovani sono tutti quelle realtà civili e sociali, tutti quei  punti di ribaltamento dell’egemonia borghese che falsificano il modello di sviluppo fondato sul denaro, l’illegalità, sulla guerra, la violenza e la mercificazione della natura. Le caselle della scacchiera non sono più la politica-politica ma tutte le zone di confine tra culture e corpi sociali, tra soggettività che provano a mettere in comune esperienze per rifondare una rete cooperante. Cooperare è la ragion d’essere della sinistra. Se resta la politica ma crepa la comunità, la sinistra muore. La sinistra del futuro deve essere innanzitutto un nuovo umanesimo. Deve contrastare il paradigma della competizione con quello della cooperazione. E deve farlo all’incrocio tra libertà, legalità,  lavoro, nella connessione tra corpo sociale e corpo individuale.

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