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COPENHAGEN: HIMALAYA TRA LA VITA E LA MORTE

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Dei resoconti sulla giornata di ieri del vertice sull’ambiente mi hanno colpito particolarmente una frase e un dato. La frase è: “Oggi la gente è come addormentata, siamo diventati tutti intellettuali. Ma quella per l’ambiente è una battaglia tra la vita e la morte, richiede austerità, coraggio e sacrificio”. Il dato è che il ghiacciaio himalayano del Gangotri recede di 70 metri l’anno, il doppio di quanto si pensasse finora.  A leggere la notizia ed esprimere il giudizio molto severo che ho riportato è il vecchio ambientalista gandhiano Sunderlal Bahuguna mentre scuote la testa in un moto di sconforto.  Per più di mezzo secolo – e ancora adesso che ha 83 anni – si è battuto per salvare il Gange e la sorgente da cui trae vita nello Stato dell’Uttarkhand.  Più volte Bahuguna è stato in punto di morte dopo lunghissimi digiuni e marce di protesta attraverso migliaia di chilometri di terre bagnate dal Fiume Madre.  Ma una forza superiore alla sua determinazione sembra ormai responsabile del destino apparentemente irreversibile.

Dall’indipendenza ad oggi, la massa di ghiaccio che alimenta il Gange si è ridotta già di un chilometro e mezzo.  Come milioni di indiani, Bahuguna è cresciuto con la leggenda del giovane principe Bhagirath impegnato a trasportare per penitenza l’acqua sacra degli dei dal Paradiso alla Terra.  L’impatto avvenne virtualmente a monte di quella che è oggi la quinta diga più alta del mondo, la Tehri dam, capace di produrre 2400 MW di energia, ma anche di distruggere un ecosistema tra i più fragili e delicati del Pianeta.  Dalla casa in collina affacciata sul lago creato dall’invaso artificiale, Bahuguna osserva ogni giorno il luogo dove sono sepolti sotto 250 metri d’acqua i resti dell’antica città e le tombe dei suoi antenati.  Digiuni e marce di protesta non hanno potuto far niente per salvare la sua Tehri dal disboscamento e dalle devastanti esplosioni a colpi di dinamite che hanno cambiato per sempre il corso dei fiumi e la forma stessa delle montagne.  Alla fine dovettero portarlo via a forza dalla capanna di bambù e plastica trasformata per anni nell’unico riparo per lui e sua moglie Vimla, lungo le rive dove si univano – un tempo naturalmente – il Bhagirathi e il Bhilangana, i “genitori” del Gange. 

La nuova Tehri è ora abbarbicata con le sue case di cemento bianche senza personalità sulle montagne a rischio costante di frana.  Al posto del vecchio campanile con l’orologio, nel centro della piazzetta moderna ricostruita più a monte c’è un surreale monumento con una palla da calcio del diametro di un paio di metri. Poco fuori dall’abitato, il vecchio gandhiano vive in un ashram dove ha fondato una scuola dedicata all’ecologia dell’Himalaya.  A chiunque si rechi a trovarlo per chiedergli che cosa si possa fare giunti a questo punto, ripete sempre la stessa cosa: piantate boschi. Solo l’ecologia – dice – fornisce risorse economiche illimitate, mentre dighe e deforestazione sono soluzioni temporanee che avranno effetti permanenti.  Bahuguna sa però che per fermare il riscaldamento globale non basta qualche centinaio di ambientalisti irriducibili come quelli che assieme a lui negli anni ’70 si abbracciarono agli alberi salvandoli dalle motoseghe.

  L’ormai celebre movimento del Chipko (che vuol dire abbracciare) oggi non è altro che un simbolo romantico dell’India contraria al progresso basato sulla distruzione dell’ambiente.  Con la diga, esiste un pericolo ancora più temibile nell’immediato delle temperature in aumento: un terremoto nelle faglie ad alto rischio sismico insinuate sotto la crosta terrestre, resa fragile dal disboscamento per i lavori dell’invaso.  Proprio qui dentro è incanalata dentro tunnel scavati nel cuore della montagna l’acqua destinata a dissetare le città e in particolare New Delhi.  “Oggi la gente è come addormentata, siamo diventati tutti intellettuali – dice – Ma quella per l’ambiente è una battaglia tra la vita e la morte, richiede austerità, coraggio e sacrificio”.  Ora che il Gange ha già perso metà delle sue acque, a forza di dighe e deviazioni, in un futuro molto lontano potrebbe fermarsi ben prima di raggiungere il delta.  Certamente non sarebbe un disastro solo per le mangrovie delle Sunderban, ma per la nostra intera razza umana.

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