You are currently viewing COPENHAGEN: IL FUTURO DEL VILLAGGIO GLOBALE E’ INIZIATO IERI

COPENHAGEN: IL FUTURO DEL VILLAGGIO GLOBALE E’ INIZIATO IERI

  • Autore dell'articolo:
  • Commenti dell'articolo:0 Commenti

Il nostro villaggio globale è a rischio: tutti dovrebbero preoccuparsi per i cambiamenti climatici e i danni che causiamo al nostro ambiente.  Non dobbiamo ignorare l’impatto che il riscaldamento globale avrà sui nostri figli e sulle generazioni future.  Mentre ci preme che i politici approvino leggi a livello mondiale per ridurre le emissioni di carbonio, non dobbiamo dimenticare la nostra capacità individuale per combattere il cambiamento climatico: per esempio, limitando il consumo di carne.  Molti di noi si sentono impotenti di fronte alle sfide ambientali. Può essere difficile capire cosa fare per avere un mondo più pulito, sostenibile e sano; ma evitare di mangiare carne almeno un giorno a settimana è un cambiamento che ognuno può fare – e andrebbe al cuore di alcune importanti questioni politiche, ambientali ed etiche, tutto in una volta. 

Per costruire un mondo migliore, abbiamo bisogno di cambiare il nostro stile di vita. Non tutti i cambiamenti che dobbiamo fare sono facili, e non tutti i cambiamenti facili sono significativi. Ma rinunciare alla carne per un solo giorno alla settimana è davvero una piccola cosa che può fare una grande differenza.  Ad esempio, il gruppo «Compassion in World Farming» stima che se il nucleo familiare medio del Regno Unito dimezzasse il consumo di carne, le emissioni sarebbero contenute maggiormente che se si dimezzasse l’uso dell’automobile.  Mi appello ai leader mondiali convergenti su Copenhagen per il meeting sul cambiamento climatico, ricordando loro che la politica alimentare sostenibile è un’arma fondamentale nella lotta al riscaldamento globale.  La prova che la produzione di carne è una delle principali cause del cambiamento climatico è chiara. Nel 2008, la relazione dell’organizzazione per il cibo e l’agricoltura delle Nazioni Unite, «Livestock’s long shadow», ha avvertito che le emissioni derivanti dalla produzione mondiale di bestiame comprende circa il 18 per cento delle emissioni annuali di gas serra, e potrebbe più che raddoppiare entro il 2050. 

La relazione rileva che il settore zootecnico contribuisce in maniera significativa ai problemi ambientali più gravi, a tutti i livelli, dal locale al globale.  Dai campi alla tavola, più produciamo e mangiamo carne, più grande sarà la traccia di carbonio che lasceremo. Un futuro sostenibile ne richiede un minore consumo; dal 1961 a oggi la popolazione mondiale è più che raddoppiata, il consumo di carne è quadruplicato e il consumo di pollame è aumentato di dieci volte. Non possiamo semplicemente continuare a consumare così.  Se i Paesi sviluppati adottassero una dieta più sana e più povera di carne, e se il cibo venisse distribuito più equamente a livello globale, le opzioni per fornire cibo e combustibile a sufficienza potrebbero essere maggiori.  Una dieta a basso consumo di carne può ridurre dell’ 80 per cento i gas causa dell’effetto serra. I Paesi occidentali attualmente mangiano carne almeno sette volte la settimana, ma l’ultima relazione invita a seguire una dieta che prevede l’utilizzo della carne solo due, tre volte a settimana.  Accanto alle singole azioni, i governi devono mettere in atto le giuste politiche.

Ci sono troppe poche adesioni alle proposte, al fine di garantire un approccio coerente in tutto il territorio locale, regionale, nazionale, europeo e mondiale.  Troppo spesso i ministri passano il loro tempo a difendere gli interessi acquisiti piuttosto che a cercare una soluzione strategica.  Il potere del popolo può sempre avere la meglio sull’inazione del governo.  Facendo un semplice cambiamento nel modo in cui si mangia, si prende parte a una campagna di cambiamento globale, in cui ciò che è bene per voi è anche un bene per il pianeta. Soprattutto, ricordate che il futuro inizia con le azioni che intraprendiamo adesso.

Copenaghen: riuscirà il mondo a trovare un accordo ? Accade che, per la prima volta, il mondo deve mettersi d’accordo su come risolvere un problema.  Il luogo deputato a questo patto storico è Copenaghen, durante la Conferenza delle parti della Convenzione sul clima dell’Onu, fino al 18 dicembre. Il problema è limitare le emissioni di gas serra di origine umana, responsabili dei cambiamenti climatici, secondo quanto si desume dagli studi dell’Intergovernmental panel on climate change  Questione in ogni suo aspetto davvero singolare. Il mondo è causa del problema che deve risolvere, però non tutte le nazioni hanno contribuito a crearlo in ugual misura. Sono le più ricche ad aver immesso nell’atmosfera, dalla rivoluzione industriale a oggi, la maggior quantità di CO2.  Inoltre, non tutte le nazioni subiranno analoghe conseguenze dal riscaldamento del pianeta: alcune aree trarranno vantaggio forse da un clima più mite, molte altre, le più povere, subiranno effetti disastrosi.

  Riuscirà il mondo a trovare un accordo?  La carta da visita con cui il nostro paese si presenta ai tavoli di Copenaghen ha una bella sfumatura di grigio profondo.  Grigia di carbone, grigia in iniziativa economica e politica, grigia in termini di emissioni.  Difficile dire quanti soldi siano stati sottratti allo sviluppo delle rinnovabili, alla mobilità sostenibile, a investimenti tecnologici che permettano di risparmiare energia e soprattutto diminuire il ricorso ai combustibili fossili nella produzione e nell’abitare.  Le nostre emissioni complessive diminuiscono da circa tre anni, ma quasi esclusivamente per la congiuntura economica e climatica.  I primi passi in avanti verso un’economia e un sistema di vita low carbon fatti con il governo Prodi sono stati presto messi nell’impossibilità di agire dall’inadempienza e dall’aperta opposizione dell’onnipresente esecutivo Berlusconi, noto in Europa solo per la sua tendenza a chiedere sconticini sulle riduzioni delle emissioni inquinanti delle industrie energetiche per evitare che vengano tassate a livello comunitario.  Forte di questo grigiore sarà difficile per l’Italia giocare un ruolo nel patto globale per tagliare le emissioni nell’industria e nel trasporto, limitare la deforestazione e destinare fondi ai paesi poveri. Perché sia efficace, dovrebbe avere valore legale, vincolando i singoli paesi al suo rispetto entro i tempi previsti.

  Se il nostro Paese non ha rispettato gli accordi fino ad oggi come potrà chiedere di essere ascoltato per raggiungere l’obiettivo, entro il 2050 dovremmo ridurre le emissioni dell’80 per cento rispetto al 1990.  E c’è da chiedersi se sono questi i dati? Come noto (non a tutti) alcuni hacker sono entrati nel server dell’Università dell’East Anglia svelando il contenuto di una serie di email, datate 1999, fra i climatologi dell’Ipcc. In qualcuna di queste sembra esserci un tentativo di nascondere temperature elevate registrate nel passato.  Significa che il riscaldamento globale è stato sopravvalutato? No, perché confermato da numerosi studi indipendenti, provenienti da ogni parte del mondo, In particolare, rispetto al periodo pre Kyoto, abbiamo prove più convincenti sulla crescita di anidride carbonica e sulla fusione dei ghiacciai artici, entrambe peggiori del previsto. In più i climatologi sono consapevoli che in altre epoche il clima era più caldo per ragioni probabilmente naturali e non per causa dell’uomo, ma chiariscono che tali situazioni non si sono verificate a livello globale ma solo in aree geografiche precise.  Eppure è difficile trovare un accordo perché ogni paese ha le sue ragioni.

  Le zone in forte sviluppo, come India e Cina, accusano quelle più ricche, Stati Uniti ed Europa, di essere responsabili del problema, avendo immesso il grosso dei gas serra dall’inizio della rivoluzione industriale a oggi. I paesi più ricchi ribattono che in una sola decade la Cina ha raddoppiato le sue emissioni e continuerà a crescere.  Un altro problema è il fatto che il costo della riduzione delle emissioni è differente nei vari paesi.  A questo punto cosa può dare al mondo la spinta decisiva verso una riduzione delle emissioni? Un vero mercato globale del carbonio, ovvero delle quote di inquinamento programmate. In Europa è in vigore l’Union emission trading system, meccanismo che stimola chi inquina a tagliare il più possibile le emissioni per pagare meno. Ma finché questo sistema non è condiviso da tutto il pianeta, un calo dei consumi energetici in un’area, che spinge a un ribasso del prezzo del petrolio, porta a un maggiore consumo in un’altra area.  Conviene a tutti dunque puntare sulle energie alternative è un’opportunità. Secondo un rapporto dell’Onu, entro il 2050 la popolazione crescerà di 2 miliardi e mezzo, specie nelle nazioni meno sviluppate, crescita equivalente all’intera popolazione nel 1950.

Siccome tutti aspirano a uno stile di vita occidentale, aumenteranno le auto, le case e così via.  Anche non considerando l’aumento di CO2, dobbiamo presumere come conseguenza che il petrolio rimasto salirà alle stelle, arricchendo paesi non democratici. Le energie verdi sono l’opportunità per non essere loro ostaggi e per uno sviluppo compatibile in una Terra più pulita e più sicura.  Si potrà davvero raggiungere un accordo a Copenaghen? Il problema sta in questo: quanto le nazioni industrializzate saranno capaci di offrire per convincere quelle in via di sviluppo a firmare impegni vincolanti. Con il Climate change bill fermo al Senato americano, sembra probabile soltanto un accordo politico, che definisca gli obiettivi dei vari paesi. L’accordo giuridico sarebbe rimandato a un successivo vertice nel 2010. Ma la politica, si sa, è l’arte del possibile. Si può quindi ancora sperare in una nuova era nei rapporti tra l’uomo e la natura. 

Lascia un commento