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COPENHAGEN: MOLTA INGIUSTIZIA NELL’ARIA

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Siamo alle battute conclusive della gigantesca kermesse del vertice di Copenhagen che si chiama proprio Cop 15.  Il numero serve anche, forse, per ricordare tutti i quattordici incontri precedenti e quanto poco sono serviti a convincere i “grandi” della terra che occorre fare qualcosa. Subito.  Contro il caldo che cresce, il deserto che avanza, la banchisa che si squaglia, il mare che tra poco ricopre Venezia e Manhattan, i luoghi delle fiabe.  E’ stata una gigantesca kermesse: migliaia di capi di stato, ministri, consiglieri, sherpa, osservatori, giornalisti, scienziati, divulgatori, ambientalisti, rappresentanti di popolazioni dimenticate e a rischio; e poi industriali, religiosi, filantropi, semplici curiosi.  Dopo i primi giorni la zuppa primordiale di Copenhagen ha fatto decantare la politica, i ministri, il club dei decisori. 

Ora è chiaro che il loro accordo sarà debole: ne scaturirà un altro appuntamento o poco più. I tagli alle emissioni di gas all’origine del riscaldamento della Terra come l’anidride carbonica, saranno in sostanza rimandati ad anni lontani, quando nessuno dei decisori sarà più al potere.  Per muovere il blocco degli interessi contrapposti, l’ultimo giorno, ci sarà un pò di spingi-spingi da parte di coloro che sostengono che nessun accordo (no deal) sia meglio di un cattivo accordo (bad deal).  C’è molta ingiustizia nell’aria a Copenhagen.  Un aspetto irrisolto riguarda l’anidride carbonica. L’idea base è quella di venderla e comprarla; insomma risolvere pagando i problemi dell’inquinamento globale.  Pagando chi, viene da chiedersi?  C’è però una soluzione, nell’aria. Sono quelli dei beni comuni a suggerirla. Anche la Co2 potrebbe essere considerata un bene comune globale, che gli umani si devono spartire, un tanto per uno.  Non rivendicare i meriti e i sacrifici dei duecento anni del capitalismo trionfante – chi ha vinto e chi ha perduto – ma guardando avanti, al futuro dei figli. Emissioni uguali, per tutti.

Un miliardo di cinesi non contano per uno, la Cina, ma per un miliardo. Lo stesso per trecento milioni di americani, per sessanta milioni di italiani. Il risultato non si raggiungerà in un giorno, ma è un obiettivo facile da capire, giusto.  Poi, tra gli altri, molti altri, c’è il problema dell’economia verde, un po’ via di fuga dalla crisi economica, un po’ riproposizione del tutto come prima, verniciato smeraldo.  Ciò che è stato chiarito bene è che cambia poco, se non cambia il modello complessivo, il rapporto tra le persone, la qualità della vita.  Anche gli ecologisti meno attenti ora lo sanno. O forse lo sapevano già.  Avverto che c’è molta ingiustizia nell’aria a Copenhagen.  Non c’è “clima” non c’è calore, non c’è passione, non c’è speranza.  Occorrerebbe un colpo d’ala, un connubio tra virtù, amore per il prossimo e per la patria, difesa della libertà, promozione della pace.  Valori che, se accarezzati, possono ancora riscaldare i cuori dell’uomo, del terzo millennio, raggelati dall’odio, dalla vendetta, dalla lotta, dalla prevaricazione e dallo spirito di competizione.  Avverto che c’è molta ingiustizia nell’aria a Copenhagen.  E molto menefreghismo. Molto scetticismo.  Ma un mondo migliore si può sognare, annullando i confini della diversità, eliminando le barriere dell’odio, chiudendo semplicemente gli occhi e immaginando di essere per un momento un grande della terra.  Decidendo di fare qualcosa per il pianeta Terra che sta morendo. 

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