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COPENHAGEN: PESSIMISMO O REALISMO ?

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Grazie al forte calo della produzione industriale dei Paesi ricchi (tra il 10 e il 20% rispetto ai valori di un anno fa) il livello di inquinamento del pianeta è sicuramente diminuito in maniera sensibile.  Come è però ovvio, questo modo di ridurre l’inquinamento non piace a nessuno, neppure ai partecipanti alla Conferenza sul clima di Copenaghen.  La nostra è infatti ben lontana dall’essere una decrescita felice: nel quadro economico mondiale, gli unici indicatori in sicuro e sensibile aumento sono il numero degli affamati dei Paesi poveri e dei disoccupati nei Paesi ricchi nonché l’ammontare del debito pubblico di molte tra le maggiori potenze economiche.  La quasi assenza della ripresa è una sorpresa per molti osservatori, che, sulla base dell’esperienza di altre crisi recenti, derivanti dalla necessità di comprimere la domanda per tenere a bada l’inflazione, prevedevano un rapido recupero produttivo.  Secondo lo schema del premio Nobel Milton Friedman, dopo aver superato il punto di svolta inferiore, la produzione, sgravata dai pesi imposti per recuperare la stabilità dei prezzi, avrebbe dovuto scattare all’insù come un elastico e riportarsi in pochissimo tempo sul sentiero di crescita forzatamente abbandonato. 

La ripresa è invece pigra, quasi svogliata, le economie più dinamiche del pianeta hanno mostrato una bassa reattività all’imponente iniezione di risorse finanziarie nel sistema da parte delle banche centrali e dei governi. In Giappone è tornata la stagflazione, una temutissima «malattia economica» derivante dalla presenza congiunta di un calo di produzione e un calo generalizzato dei prezzi, in Spagna la disoccupazione sfiora il 20 per cento.  La spiegazione di simili lentezze e incertezze si può trovare precisamente nel diverso carattere della crisi attuale che, distruggendo enormi risorse finanziarie, ha fortemente ridotto non solo le capacità di spesa delle famiglie ma anche le capacità delle imprese di investire, innovare, reagire alla crisi stessa.  Passeranno quindi ancora molti trimestri prima che si raggiungano i valori di produzione che oggi rivedremmo volentieri, anche se portano con sé un inquinamento maggiore.  Pensavamo di essere usciti dal tunnel, e forse statisticamente lo siamo, ma ci accorgiamo che fuori dal tunnel è buio, la strada è tortuosa e piena di buche, il nostro navigatore si è rotto e procediamo cautamente, un metro dopo l’altro, senza avere un’idea precisa di dove stiamo andando.  Pessimismo? No, realismo dal quale è necessario partire per imbastire discorsi fondatamente ottimistici. 

L’economia non è come la Bella Addormentata destinata a svegliarsi per miracolo senza segni di vecchiaia dopo un lungo sonno; e a svegliarla e a farla ringiovanire non sarà il bacio di un Principe Azzurro.  E’ necessaria un’azione dura e spesso oscura di un gran numero di imprenditori, banchieri, politici pronti a mettere in gioco le loro fortune personali, a contrapporre azioni con orizzonti lunghi alle scommesse anti-rischio di breve termine .  Le diatribe dei politici di questi giorni, lontanissime dai problemi che l’economia deve affrontare, mostrano quale distanza ci separa da una vera ripresa. 

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