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COPENHAGEN: RIPENSARE IL FUTURO

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Sono tante, le paure.  Paura di perdere un modo di vita, e il diritto del singolo di produrre e consumare quanto desidera.  Paura di rinunciare alla massima libertà moderna, la tutela delle condotte private dallo Stato in nome di nuovi limiti e obblighi che solo l’autoritario pugno statale sembra poter inculcare.  Infine: paura di immensi spaesamenti, di esser sommersi da un’umanità espiantata e dislocata dallo squasso terrestre.  Sono paure comprensibili.  Tra gli effetti più funesti del dissesto climatico ci sono infatti gli esodi immani.  A Copenhagen tra le cose da ripensare c’è la paura.  Fin d’ora il popolo del Bangladesh (160 milioni) fugge terre inondate o non più coltivabili perché salate.  Se il mare dovesse alzarsi d’un metro, perché si sciolgono i ghiacci sull’Himalaya e in Groenlandia, un terzo del Paese s’inabisserebbe e i rifugiati sarebbero 40 milioni, dice la Banca Mondiale.  Già oggi migliaia di africani scappano da deserti dilatati.

Gli scienziati danno cifre impressionanti.  Se temperatura e mari superano certe soglie, i fuoriusciti saranno miliardi.  Quel che dimentichiamo è che i più (72 per cento, secondo l’Onu) non vanno in Occidente ma in altri Paesi poveri.  Gli sfollati asiatici e africani cadono poi nelle mani delle mafie, il cui potere sugli Stati e sul mondo crescerà. Ma è inane combattere solo le mafie. All’origine c’è l’esodo, e dell’esodo gli occidentali ricchi sono i primi colpevoli, con la loro lunga storia di industrializzazione.  A Copenhagen tra le cose da ripensare c’è la paura.  La piaga degli esuli ambientali è scritta nel nostro futuro e non la cureremo erigendo muri e distruggendo la globalizzazione, ma approfondendola.  Sono i rifugiati climatici, e non hanno lo statuto dato ai profughi politici nel ’900. Alieni, non hanno diritti e questo è imprevidenza oltre che scandalo.  Sono apolidi di un nuovo tipo, inascoltabili perché non i dittatori li perseguitano ma la natura.  Lo scandalo è attutito solo se lo si governa: con apposite agenzie Onu, con convenzioni sui rifugiati estese agli esuli climatici. L’alternativa è un pianeta urlante di tumulti e risentimento.  A Copenhagen tra le cose da ripensare c’è la paura.  La paura secerne anche chiusura smagata, cuore indurito: la frana dell’altro non mi riguarda, separarmene mi salverà.

Nessuno però scampa se si prosciuga il lago del Ciad (di cui vivono 20 milioni di persone), o se sono inondati i grandi delta del Gange, del Nilo, del Mekong.  A Copenhagen tra le cose da ripensare c’è la paura.  Al disastro non siamo preparati, e questo ci rende così ignari della democrazia: delle sue fragilità, e delle sue virtù.  Solo la democrazia educa tramite l’informazione indipendente, e solo un cittadino informato è responsabile.  Solo in democrazia le catastrofi non sfociano in selezioni etniche o sociali. Non è più democrazia, quando l’America trascura New Orleans colpita da Katrina perché abitata da afro-americani. Non è democratica l’Europa centrale che nelle alluvioni sacrifica impassibilmente i concittadini Rom.  A Copenhagen tra le cose da ripensare c’è la paura.

  Dobbiamo imparare a trattare la Terra come la casa, l’automobile.  Lo dice Machiavelli nel Principe, che sopravvivono solo le civiltà che prevedono discosto, lontano, Non è sicuro ma plausibile che l’incendio le distruggerà, e la paura che ne abbiamo ci spinge a sottoscrivere una polizza d’assicurazione.  Lo stesso urge fare con la terra, l’acqua, i mari, le foreste di cui è fatto il pianeta. Nell’immediato potremmo proteggerci asserragliandoci, ma alla lunga perderemo ancor più perché i sacrifici cresceranno.  Alla lunga, solo le sabbie mobili della pittura nera saranno vincitrici.  È pensare il futuro, il compito. 

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