COPENHAGEN: RIPENSARE LA PAURA

COPENHAGEN: RIPENSARE LA PAURA

A Copenhagen tra le cose da ripensare c’è la paura. Gli scienziati più preveggenti, quando descrivono l’evoluzione possibile dello sconquasso climatico, parlano di guerra.  Guerre tra Stati, per metter le mani su acqua, combustibili, metalli scarseggianti.  E poi una guerra mai vista nella quale siamo già immersi come responsabili e vittime.  Una guerra che impone revisioni radicali: nel modo in cui viviamo, pensiamo, diciamo; nell’idea che ci facciamo della democrazia, dell’economia.  Parlano di guerra mondiale, un termine apparentemente noto ma che per lui significa tutt’altro: questa volta il conflitto è mondiale perché ha per protagonisti l’umanità e il nostro pianeta, il mondo.  Un conflitto anomalo, non tra Stati ma tra uomini che lottano fino allo stremo.  Inutile domandarsi chi avrà la meglio, nel mortale accapigliamento.  I volti striati di sangue, i duellanti hanno i piedi conficcati nelle sabbie mobili.  Non ci sono vincitori, se non le sabbie mobili che inghiottiranno l’uno e l’altro indistintamente.

  Il vertice sul clima di Copenhagen è un consiglio di guerra che ha questa pintura negra, sullo sfondo. Forse il primo consiglio, perché al vertice di Kyoto nel ’97 erano ancora molti i riluttanti, tra cui i primi avvelenatori che sono America e Cina.  Quella fase è superata.  Riluttanti e negazionisti si fanno rari, e la verità del collasso nessuno la mette più in causa. Obama sarà presente al vertice.  Pechino, indocile per anni, scopre di essere al tempo stesso colpevole e vittima dello sfascio annunciato.  È come se entrassimo in un altro mondo con gli strumenti mentali del vecchio, inconsapevoli per impreparazione indolente al rischio della sconfitta.  Ci inoltriamo pensando che lo scontro sarà tra popoli e Stati, come in passato; che potremo barricarci in fortezze; che potremo fare il morto, come nella guerra fredda, scegliendo la non-azione.  Ora invece si tratta di agire, di metterci nella pelle d’un futuro forse non scontato ma di certo plausibile, dicono gli scienziati.  A Copenhagen tra le cose da ripensare c’è la paura.

Nel ’36, prima dell’ultima guerra, Churchill disse che le procrastinazioni e le mezze misure erano fallite; il tempo delle conseguenze era iniziato.  Anche oggi entriamo in un’epoca dove l’inazione produce conseguenze, battaglie regressive esiziali: come il divieto svizzero di costruire minareti, il muro tra Stati Uniti e Messico, la cortina che i soldati indiani presidiano lungo il Bangladesh, per evitare che popolazioni minacciate dal clima riparino negli slum di Calcutta, Delhi, Mumbai.  A Copenhagen tra le cose da ripensare c’è la paura. Ripensare la democrazia e perfino i tempi moderni, con i loro dosaggi di necessità e libertà, è ineluttabile.  Perché grande è la tentazione di dire: nell’emergenza ricorreremo all’autoritarismo.  Perché una parte della popolazione mondiale patisce l’inquinamento dei ricchi, e si sentirà legittimata a esigere non solo aiuto ma accoglienza.  Già ora, ci sono terre che cominciano a sprofondare nei mari: il Bangladesh, le Maldive. Nel Pacifico, le isole di Tuvalu scompariranno entro il 2030.  Tra le cose da ripensare c’è la paura. 

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