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DAVID BOWIE IL DUCA BIANCO

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Si spegne la stella del Duca Bianco A 69 anni si spegne la stella del Duca Bianco. La storia della musica e non solo condensata in cinque decadi fino al recente Blackstar, magnifico canto del cigno. Copertina nera, booklet nero e ora è anche chiaro il presagio. Se è vero che il rock è un “modo di fare le cose” e non un genere, Bowie è stato l’artista rock per eccellenza, il suo “modo” è stato eclettico, sorprendente, innovativo, elettrico, teatrale, popolare, ogni suo cambiamento, ogni sua immagine, hanno contribuito a modellare il nostro immaginario collettivo, a dare corpo ai nostri sogni e e ai nostri fantasmi, a muovere e commuovere, a dimostrare che l’arte può essere solo libera o non è è che il rock, piaccia o meno, è stata una delle forme d’arte fondamentali del nostro tempo. La stella di David Bowie ha attraversato cinque decenni della musica rock, reinventando gli stili, precorrendo le mode. Ha assorbito la lezione di maestri come il mimo britannico Lindsay Kemp, capaci di influenzare le sue performance, i video, le copertine dei dischi rielaborando tutto in uno stile assolutamente personale.

Pittore appassionato è nella musica che la sua intelligenza creativa si esplicita al meglio. Fiuto, curiosità, non c’è genere che non abbia attraversato nel corso di una carriera iniziata, discograficamente, nel 1967, data di uscita del primo eponimo album. La vera esplosione di Bowie è con The Rise and fall of Ziggy Stardust – nel 1972 — una manciata di brani azzeccatissimi, un tripudio di rock e glam, dove la stella Bowie ottiene finalmente il giusto riconoscimento anche di pubblico, supportato da un tour in cui la figura del cantante e del suo «alter ego» Ziggy Stardust, quasi si confondono. Bowie non si ferma cambiando pelle, dal beat di Pin Ups, all’r&b di Station to station e Young americans, e che culmina con la fase forse più creativa e sperimentale, quella della cosiddetta trilogia berlinese con Low, Heroes e Lodger incisi fra il 1977 e il 1979, con l’apporto decisivo di Brian Eno. Gli anni ottanta che si aprono con l’affascinante e enigmatico Scary Monsters, lo vedranno più distratto sul fronte musicale, ma con un gigantesco hit — ad oggi il suo album più venduto — Let’s dance (1983) prodotto dalla mente degli Chic, Nile Rodgers. Nella carriera di Bowie diverse apparizioni cinematografiche, fra queste l’intenso Furyo di Nagisa Oshima (1985), il multicolor musical “Absolute beginner” di Julien Temple (1986) e il controverso Basquiat di Julian Schnaebel.

Tre anni fa il ritorno discografico con The Next day – dopo un silenzio durato dieci anni e un intervento al cuore nel 2004. L’ultima apparizione live nel 2006, sul palco con Alicia Keys poi pochi giorni fa rieccolo con Blackstar, magnifico canto del cigno. L’artista inglese ha attraversato questi ultimi cinquant’anni con costante capacità di innovazione, rinnovando tutte le volte il proprio modo di fare musica, il proprio repertorio, la propria immagine senza negare mai agli ascoltatori la possibilità di vedere il mondo con occhi diversi. E poi ci sono le canzoni, perle di una collana infinita, gioielli insostituibili, brani che hanno segnato la storia della musica in maniera indelebile. E album fondamentali, che in un mondo normale andrebbero fatti ascoltare nelle scuole. Il contributo di David Bowie alla cultura contemporanea è incommensurabile, è uno dei pochi artisti ad aver segnato in maniera diversa ogni epoca che ha vissuto, cercando di restare costantemente al passo con i tempi, mai seguendo le mode, magari creandone, mescolando e confondendo costantemente arte e vita. Ha indossato molte maschere, senza mai sceglierne solo una, ha fatto vivere e morire i suoi personaggi.

Per un artista scandaloso che muore, uno scandalo letterario che nasce. Stupore, meraviglia. E, appunto, scandalo! Soprattutto qua in Italia terra di benpensati, Come si fa a dare il Nobel della Letteratura prima a un guitto e poi a un menestrello? Con fior di accademici con la lingua pronta e poeti in giacca e cravatta lasciati fuori dall’uscio! Io invece ne sono stato felice, diuna felicità maleducata, provocatoria, selvaggia, affatto ‘letterata’. Come quella che ho provato quando il Nobel lo diedero a Dario Fo. Ci vuol coraggio a dare un premio tanto paludato e a volte sostanzialmente inutile a due personaggi del genere, che sembrano incarnare l’opposto di quanto tanta cerimonia va affermando. Già li sento certi mormorii, già li vedo certi ghigni sdegnati… dei benpensanti . Il fatto che il Nobel a Dylan sia arrivato nello stesso giorno in cui è morto Dario Fo è certamente casuale, ma altrettanto certamente assume un enorme valore simbolico: come fosse un ideale passaggio di testimone, da un Maestro della parola orale all’altro. Ma vorrei, per chiarezza, sottolineare alcune faccende, neanche tanto accessorie. Intanto: non penso che i testi delle canzoni di Dylan siano poesie, né che abbiano il valore e la qualità poetica dei versi, che so, diSzymborska o di Ungaretti.

Anzi credo che la maggior parte dei testi di Dylan, senza musica non regga. Non penso affatto che Dylan sia un letterato, né un poeta, né credo che i suoi testi debbano far parte della Storia della letteratura americana. Se tra quelle pagine incontrassero, che so, quelli di Berryman o di Frost, dovrebbero arrossire di vergogna. Ma credo che Dylan sia, fuor di dubbio, un artista di enorme levatura che con la sua opera ha fatto ben più di quanto la scarna motivazione dell’Accademia svedese gli riconosce. Ha incarnato per molti di noi la residua possibilità di un’utopia, ha segnato con la sua voce e le sue parole, con le sue canzoni, la storia dell’ultimo quarantennio, dei suoi sogni, delle sue delusioni e delle sue rabbie come pochi altri. E Mr. Zimmerman quel nome de plume, Dylan, lo scelse proprio (oggi direi profeticamente) pensando a un poeta, all’inarrivabile Dylan Thomas e alla sua voce che rimetteva in suono la poesia. Non a caso uno dei primi a tifare per Dylan fuGinsberg. Credo, cioè, che i versi di Dylan ficcati a forza e rinchiusi in un canone letterario soffrirebbero, perché sono stati composti per abitare la voce, danzare con la musica, non per farsi inchiostro. Il Nobel per la Letteratura a Dylan, insomma, ci dice che la letteratura (intesa come arte della lingua scritta, muta) forse sta morendo, ma questa non è necessariamente una cattiva notizia, anzi.

È la conferma, in ogni caso, che le arti della parola stanno liberandosi da una tirannia secolare: la letteratura non detiene più il monopolio delle parole, del linguaggio d’arte. Tanto Fo che Dylan hanno fatto arte dando voce alle parole; la loro opera, prima che nei libri che ne conservano gli scritti, era ed è nel loro corpo e nel loro respiro. E questo vale anche, ieri, come oggi e forse domani, per tanti poeti. Certo per Dylan c’è l’aggravante musicale, il vero tabù di tutta questa faccenda. Si può perdonare un Nobel per la letteratura conferito a un uomo di teatro, è più dura con un musicista. La poesia occidentale tenta da secoli ormai, più o meno dal XVIII secolo, di dimenticare che proprio mescolando le sue parole con la musica essa è nata, tra Troubadours, Trobaritz e Minnesänger, come una vecchia aristocratica che neghi ipocritamente le sue vere origini popolari. E ormai da tempo certi poeti vedono con angoscia che quello che avrebbe potuto essere il loro pubblico è ‘colonizzato’ da musicisti raffinati, profondi, a volte geniali, mentre i loro libri giacciono invenduti e polverosi sugli scaffali delle librerie.

Il Nobel a Dylan è sale sulla piaga, insomma. Ma è anche un sano ‘memento’: Dante faceva musicare le sue Canzoni da Casella, proviamo a ricordarcene ogni tanto. Le arti della parola e con la parola, insomma, sono tante, tanto simili e tanto distinte tra loro. Solo poche, molto poche tra esse, possono essere definite letteratura e, peraltro, neanche la poesia è tra queste. Quindi, certo, nel Nobel per la letteratura assegnato a Dylan c’è evidentemente qualcosa di sbagliato, ma il problema non è Dylan, è il Nobel per la Letteratura, che dovrebbe quanto prima trasformarsi in un Nobel per le Arti della parola. Di letterati puri, muti per scelta ed elezione, di sacerdoti del libro ad ogni costo, il futuro non sa che farsene, a quanto pare, e questo – essendo io un poeta e non un letterato – mi rende felice… Accadrà davvero, prima o poi? Chissà: the answer, my friend, is blowing in the wind… 

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