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DE ANDRE’ : UNA SMISURATA PREGHIERA

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11 gennaio 1999 – 11 gennaio 2019. Venti anni passati velocissimi. Venti anni senza Faber. Anche io organizzerò diversi momenti musicali per ricordarlo. E, in uno di questi, a Vasto, riprenderò in mano la chitarra per cantare una sua canzone, per ricordarlo. Anche se ricordarlo non è semplice. Ricordare una persona così ricca di carisma non è semplice. Ricordo le tante serate organizzate lavorando con lui. La sua professionalità, educazione, il rispetto per tutti sul palco e dietro il palco. Ricordo che aveva un bellissimo viso da signore, ancora ben intuibile dietro gli sfregi lividi dell’alcol, come in un ritratto di Bacon. Aveva una bellissima voce da uomo, profonda e fedele alle parole che pronunciava, levigata negli anni da un fiume di sigarette. E aveva un bellissimo cuore, il cuore dei grandi poeti, aperto al cielo, alle nuvole, alle donne che amano, ai soldati che muoiono, ai potenti che comprano, ai delinquenti che pagano. Ricordo le sue canzoni. Noi ragazzi degli anni Sessanta ci innamorammo dei suoi eroi malvisti, derelitti, risplendenti di solitudine. E ridevamo dei suoi grotteschi bersagli, re sudicioni, borghesucci ipocriti, giudici spietati, beghine pavide.

Quella stessa potente, preziosa materia – la percezione che il mondo è ingiusto e ottuso – che la politica, di lì a poco, avrebbe bruciato come carta straccia, nelle canzoni di Fabrizio faceva una luce incantevole, la mite e durevole luce dell’arte. E la ferita emotiva che quelle parole, quelle ballate aprivano nell’animo, corrispondeva all’intuizione che l’arte e la poesia fossero la più radicale delle rivolte. Quell’intuizione, purtroppo, non è irrimediabile. Si cicatrizza con gli anni, ci si passa poi sopra, crescendo, quando l’attimo fuggente svanisce. Ma malamente, così come mi viene dal cuore dicendo addio a Fabrizio, vorrei dire che se la mia generazione avesse creduto fino in fondo alle canzoni di De André piuttosto che a certi severi catechismi, quanto dolore e quanta bruttezza avremmo evitato. Non che Fabrizio e le sue canzoni fossero, nel raccontare le cose del mondo, incruente. Il suo pensiero era animoso, duro fino all’acredine nella rappresentazione del potere, fortemente incline all’invettiva, proprio come i suoi primi ispiratori, l’antico Villon e il moderno Brassens. E certamente nessuno dei cantautori italiani ha saputo cantare così civilmente l’odio per l’inciviltà dei tempi. Anarchicamente, detestava le maggioranze e la loro capacità di fagocitare i comportamenti, di anestetizzare i sentimenti. Ma questa lucida cognizione della ferocia dei vincitori, piuttosto che ispirargli rabbia e impotenza, accendeva la sua potenza narrativa, e dilatava la sua naturale dolcezza.

Dalle puttane, dai carcerati e dagli emarginati cantati (e cullati) nelle sue prime ballate, passò agli indiani d’America, agli umili morti di provincia di Spoon River, ai poveri cristi dei Vangeli apocrifi, agli anarchici più esplosi che esplosivi, ai barboni bruciati da Ludwig, ai transessuali, ai lavavetri, a chiunque incarnasse la poesia della sconfitta. Perfino del suo rapimento, patito insieme alla moglie Dori Ghezzi, seppe cantare a partire dalla percezione della debolezza dei suoi aguzzini. Con una sensibilità che qualcuno, grossolanamente, giudicò ideologica, mentre era, allora come sempre, solo e soltanto poetica. Nato ricco, e da una famiglia importante, fin da ragazzo aveva scelto la Genova d’angiporto, quella dei bordelli, dei pittori, dei tiratardi. E dei cantautori. Conoscendolo, era facile intuire che la frattura giovanile con le sue origini familiari fosse di natura prima esistenziale che politica. La sua pigrizia (Oblomov era uno dei suoi eroi letterari), l’intelligenza sorniona, il dispregio per l’efficienza, per l’iperproduttività, per il mito della “professionalità”, lo allontanavano da ogni responsabilità di censo, e lo spingevano a praticare la sua arte secondo i tipici umori del dilettante (amateur, dicono i francesi). Uno dei più autentici, spontanei traditori di classe che si sia mai visto sotto il sole. Detestava la sala d’incisione e ancora più i concerti, ai quali si sottoponeva come a un’interrogazione scolastica sgradita, e solo dopo essersi circondato di musicisti d’eccellenza, come per condividere una pena con amici fidati.

Televisione neanche a parlarne, e chissà come potranno organizzare la celebrazione, sulle varie reti, con le poche reliquie disponibili. Si sentiva profondamente mediterraneo, quasi un arabo di Genova, e nel suo capolavoro (Creuza de ma’, in lingua genovese) era finalmente riuscito ad approdare, insieme a Mauro Pagani, a un mondo sonoro gravido di spazio, di lentezza, di lontananza dalla frenesia malata, ridicola, spietata del nostro tempo. Per difendersene viveva sei mesi all’ anno in Sardegna, e gli altri sei confinato all’ultimo piano di un palazzone milanese, in una casa bella e quasi lunare, a distanza di sicurezza dal traffico e dalla confusione. Ha scritto poco relativamente ai ritmi discografici. Tantissimo in rapporto alla propria indole. La qualità, rarefatta nel tempo (un disco ogni lustro, ultimamente), è sempre rimasta altissima, e forse, cosa rara in ogni genere d’artista, ha raggiunto i suoi vertici proprio con le ultime opere, il già citato Creuza de ma’, Le nuvole e Anime salve. L’ascolto di quelle ballate, di quei versi, soprattutto di quella voce così profonda e tersa, è la grande compagnia che ci ha lasciato. È pochissimo se raffrontato al vuoto che resta laddove fino a ieri si sedeva, ragionava, parlava e cantava questo nostro grande, meraviglioso fratello maggiore. E tantissimo se pensiamo a quanto lontano potrà arrivare la sua voce di lunga durata, lenta, veritiera, che ci darà conforto e vacanza quando non riusciremo più a sopportare il suono frenetico del tempo.

Che la sua anima riposi in Supramonte, o in via del Campo, o a Spoon River, o nel letto del Sand Creek, dovunque una sua canzone abbia restituito bellezza e dignità agli uomini. Ma cosa ha detto, cosa ci ha voluto dire Fabrizio De André in trent’anni di capolavori della musica? E cosa continuano a dire, cosa diranno, forse ancora per molto, i suoi dischi? E’ una domanda che ci dobbiamo fare, perché De André non è mai stato, come altri cantautori di talento o meno, un cacciatore di successi miliardari o un facile consolatore di cuori solitari. Di tutti i disomogenei cantautori della scuola genovese, Fabrizio ha trattato sì di sentimenti, ma senza mai indulgere al sentimentalismo o all’intimismo più crepuscolare. All’inizio di carriera, per un miracoloso incrocio di circostanze che ancora fanno riflettere, De André ha sbaragliato per mesi i Morandi, Mina, Battisti e perfino i Beatles in vetta alle classifiche. Ma scrivendo canzoni, anche le prime, fortunatissime La canzone di Marinella e Bocca di rosa, non ha mai pensato alle cifre di vendita. Non è stato mai capace di tanto. Il suo individualismo anarchico, inguaribilmente solitario, malinconico, un po’ esistenzialista di borghese a disagio si è sempre preoccupato soprattutto del sociale, del politico, in poche parole più degli altri che di se stesso. Ecco il punto. Fabrizio De André moralista? In certo modo sì, un moralista civile, pubblico, che ha vissuto da solo, ma insieme a noi, i cambiamenti degli ultimi trent’anni fino all’involuzione dei rapporti, alla perdita dell’utopia e all’attuale prevalenza delle ‘leggi del branco’.

Sempre fuori dal coro, nella sua solitudine di non integrato, De André ci ha parlato anzitutto di libertà, ci ha invitato a pensare con la nostra testa rifiutando dogmi, parole d’ordine e slogan da combattimento. Per descrivere le sue reazioni nel tempo, ha scelto un linguaggio da non allineato, di borghese antiborghese che non rifiuta la cultura di appartenenza, ma s’inventa un proprio stile disarticolato che, partendo dal primo maestro Georges Brassens, cita i poeti maledetti incontrati solo in fretta al liceo, i trasgressivi Cecco Angiolieri e Fran[e7]ois Villon, a suon di gighe, giave, ballate, madrigali e metafore narrative da falsi poemi cavallereschi. La verità è un’altra e non è sempre scritta sui libri di scuola. La guerra di Piero è un inno contro la guerra, ma non per la pace, dove vince la natura. Si traveste da cantastorie epico e, con la mediazione buffonesca di Paolo Villaggio, traccia la dissacrante e ironica storia di Carlo Martello. Preferisce occuparsi di prostitute, magnaccia, suicidi, drogati e perdenti perché, senza eccessi populistici, secondo lui meglio rappresentano la realtà che viviamo.

Meglio certo degli arroganti vincenti. Ecco perciò un bel campionario umano di ‘perle recuperate dalla spazzatura’, da Via del Campo e Bocca di rosa a Princesa e Khorakhan (a forza di essere vento), che affronta il tema dei nomadismo Rom, ma potrebbe estendersi all’esodo migrante di oggi con tutti i suoi problemi. Fin dall’inizio Fabrizio contamina i generi, come si dice oggi, passando dall’alto al basso e fregandosene dell’unità di stile. Lo stile lo fa lui, con la sua voce ammaliatrice senza retorica e gli arrangiamenti di musica dosati per creare ogni volta il clima adatto a smuovere le reazioni dell’ascoltatore. Non importa chi collabora con lui, Francesco De Gregori, Massimo Bubola o Ivano Fossati per i testi, i fratelli Reverberi, Nicola Piovani, Mauro Pagani o Piero Milesi per i suoni. De André si confronta con loro, discute, ci litiga, ma poi avoca a sè la responsabilità della scelta e piazza la sua denuncia o il suo tocco d’invenzione. Col passare del tempo, i buoni libri passano più intensamente da casa sua, diventano fonte d’ispirazione, ma evita come la peste gli sfoggi elevati e inaccessibili dell’intellettuale borghese. De André riscrive la religione cattolica con umiltà e senza spocchia dissacratoria, ispirandosi ai vangeli apocrifi con La buona novella, dove Gesù e Maria sono laicamente più umani che divini.

Non può evitare l’America stimolante degli anni Sessanta-Settanta, ma reinventa l’Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters a modo suo, trasportando i personaggi nella nostra realtà. Come aveva già fatto riscrivendo con mano sua Georges Brassens, Leonard Cohen o, a quattro mani con De Gregori, l’immancabile Bob Dylan. E come azzarda in Hotel Supramonte o in Fiume Sand Creek, dove i pastori-rapitori sardi si confondono cogli indiani Sioux. Non esita a passare al dialetto genovese di Creuza de mà, quasi pasolinianamente e prima che la ‘world’ diventi merce e moda, per un bisogno intimo di riappropriazione culturale, oltre che sonoro-espressivo da bahiano dei caruggi genovesi. Negli ultimi due album Le nuvole e Anime salve, c’ forse l’insegnamento più attuale di Fabrizio De André, uomo ormai colto di buone letture e saggio disincantato, uomo di fine millennio senza più utopie come tutti, ma con ancora salda una responsabilità civile che è sempre più l’imperativo etico. Confessa di volersi estraneare il più possibile da ogni coinvolgimento emotivo o di schieramento, per portare una testimonianza libera e diversa. Alternativa certo al pensiero dominante, che si basa su una maggioranza che lascia sempre meno spazio alla voce delle minoranze.

Rileggendo l’amico poeta cileno Alvaro Mutis, Fabrizio chiude il suo capolavoro Anime salve con una Smisurata preghiera agghiacciante e bellissima, solenne e rivelatrice. Se uno spirito libero deve vivere in isolamento, dice lui, che sia con l’orgogliosa fierezza di chi ha da tempo accettato una diversità imposta suo malgrado. La tenera piccola sinfonia di Piero Milesi che chiude il disco sembra oggi un requiem d’infinita riconoscenza per l”amico fragile’. Così, se ce ne fosse ancora bisogno, si dissolve l’equivoco più volte alimentato a proposito dei cantautori, se cioé si tratti di poeti-poeti o solo di poeti dimezzati. Con le canzoni di Fabrizio De André, il falso problema trova la sua spiegazione più chiarificatoria e nobile. L’ultima volta che l’ho incontrato, con tutta la famiglia riunita (l’amata Dori alla consolle e i figli Luvi e Cristiano sul palco a cantare con lui), annunciò scherzoso : “Adesso che la Ricordi mi ha convinto a firmare un contratto anti-pigrizia fino al Duemiladue, dovrò decidermi a fare l’album di ‘cover’ che ho da tempo in mente, dedicato ai cantautori brasiliani. Con i tempi che ho, non ce la faccio a registrare un altro disco tutto mio”. Peccato che non potremo ascoltare quell’album con le versioni dei successi di Chico Buarque, Milton Nascimento, Caetano Veloso, Gilberto Gil e degli altri brasiliani che adorava. Nelle sue mani, com’era già successo con Brassens, Cohen e Dylan, per uno straordinario fenomeno di transfert creativo, quei brani sudamericani sarebbero diventati suoi al cento per cento. Peccato Fabrizio,ci manchi LN©

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