DECIDERE DI NON DECIDERE

DECIDERE DI NON DECIDERE

Il vertice mondiale della Fao di Roma è arrivato al termine.  I partecipanti hanno approvato per acclamazione una dichiarazione finale sulla sicurezza alimentare che cita fra gli obiettivi il dimezzamento della povertà entro il 2015.  Sarebbe una cosa buona se non fosse che nel testo non è previsto alcun impegno finanziario, bensì cinque “azioni” Five Rome principles da mettere in campo per combattere la fame per cui si chiede ai governi di assicurare ai Paesi in via di sviluppo i fondi promessi.  In sintesi: non si è deciso nulla.  Decidere di non decidere è, in politica, una prassi antica e consolidata.  Ma non si era mai visto decidere in anticipo che nessuna decisione vincolante possa essere adottata nemmeno in un appuntamento ancora da venire eppure da tempo programmato.  Tanto più su un problema di cui, ogni giorno, si continua a ribadire la gravità e l’urgenza.  Altro che «politica dell’annuncio».

  Qui siamo al paradosso per cui l’unico modo per far rimanere una questione all’ordine del giorno dell’agenda dei vertici internazionali è quello di rassicurare i recalcitranti che nessuna pressione eccessiva sarà esercitata nei loro confronti.  Poco importa che la prossima conferenza Onu sul clima rischi così di diventare una versione globale di «Che tempo che fa», alla quale tanto varrebbe inviare Fabio Fazio o, meglio ancora, Luciana Littizzetto, che almeno è refrattaria alla retorica e generalmente non le manda a dire.  La sensazione che i vertici, mentre si moltiplicano e si affollano nei partecipanti, siano sempre più inconcludenti quando non del tutto inutili si rafforza ogni giorno di più.  Neppure l’effetto vetrina sembra riuscire a salvare quel barlume di effettività che perlomeno i «padroni di casa», gli organizzatori, cercano di preservare. Privati persino dell’aspetto rituale, in nome del quale volizioni già concordate venivano proclamate solennemente in qualche capitale mondiale, l’utilità di questi complessi meeting sembra svanire del tutto. 

Alla fin fine, verrebbe da osservare, gli unici appuntamenti che mantengono le promesse sono quelli dichiaratamente celebrativi convocati per rievocare qualche grande traguardo raggiunto in passato: il D-Day o la caduta del Muro, in cui lo sguardo si volge al passato, come in una rimpatriata familiare.  Ma se la consapevolezza che questi eventi contano poco in termini decisionali si va diffondendo da tempo non tra i soliti contestatori fricchettoni e no global, ma anche nell’opinione pubblica meno smaliziata e persino tra gli stessi addetti ai lavori, perché se ne continuano a fare?  La risposta è, tutto sommato semplice.  I vertici, le conferenze, i summit, i G8 e i G20 svolgono innanzitutto la funzione di fornire una base di legittimità all’agenda della politica mondiale. Una qualunque questione scala la vetta dell’attenzione politica a mano a mano che compare e ricorre negli ordini del giorno dei summit e dei vertici.  Ciò che può apparire una pura e irritante perdita di tempo, in realtà permette di coalizzare intorno a un problema quel consenso politico necessario a far sì che le limitate risorse a disposizione possano essere fatte convergere per la sua soluzione.  Se non se ne fosse «parlato» (e poco più, in realtà) da Rio de Janeiro a Tokyo a Copenaghen, il mese prossimo, potreste star certi che nessuna delle poche eppure dolorose decisioni in campo di salvaguardia ambientale fin qui adottate avrebbe neppure visto la luce. 

Summit sempre più frequenti, quindi, che si moltiplicano su una lista crescente di argomenti in competizione tra loro nella caccia della nostra attenzione.  E summit sempre più affollati, non tanto perché molte delle questioni cruciali per il futuro del pianeta vedono il genere umano come beneficiario «in solido» delle eventuali soluzioni (oltre che come vittima collettiva dell’inerzia): questo in fondo è sempre stato vero anche quando le sorti del mondo le decidevano in due, sovietici e americani.  In fondo l’espressione «equilibrio del terrore» (nucleare) conteneva due informazioni: che l’equilibrio tra Usa e Urss poggiava su un incubo di distruzione nucleare che avrebbe riguardato l’intera umanità, e non solo i russi e gli americani. No.  Il punto di novità è che oggi, su un mare montante di questioni, occorre un consenso allargato per qualunque ipotesi di decisione, perché senza la collaborazione attiva e volontaria di porzioni crescenti di mondo non è possibile fare nulla su quasi nessuna questione di portata davvero globale.

  I summit, i vertici, le conferenze si sono così trasformati in momenti assembleari, di emersione dei problemi, di elaborazione «retorica» della loro gravità e di ricerca e costruzione del consenso per le decisioni che altrove saranno eventualmente adottate.  Altrove, ma dove? – verrebbe da osservare.  In riunioni bilaterali, spesso, o comunque molto più ristrette, che precedono e seguono quei vertici la cui funzione è anche quella di ricordarci che, dopotutto, siamo sulla stessa barca e che di fronte alle sfide del cambiamento climatico o della tutela dell’ambiente non esistono vie individuali di salvezza, e neppure di coppia, G2 o non G2. 

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