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DELL’ UTRI : CONDANNA GIUDIZIARIA & CONDANNA POLITICA

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Il reato è chiaro, il responso dei giudici pure: sette anni per concorso esterno in associazione mafiosa per un senatore della Repubblica e, soprattutto, uno dei fondatori del partito del presidente del Consiglio. Ma come avviene da anni nelle vicende di mafia e politica – anche per le lacerazioni dello schieramento antimafia – ciascuno offre una propria versione, una propria lettura. Però un fatto resta. Ineludibile. Marcello Dell’Utri, cofondatore di Forza Italia, è stato condannato anche in appello per concorso esterno in associazione mafiosa Il fatto nudo e crudo, politico più che giudiziario, è questo. E su questo bisogna ragionare. Certo in attesa anche della pronuncia finale della Cassazione. Ma ha retto l’impianto accusatorio delineato dalla sentenza di primo grado, mentre sembra non aver avuto alcuna influenza l’apporto fornito da Spatuzza per i fatti dopo il 1992 (le stragi) per i quali è stata dichiarata la insussistenza.

Anche la mannaia della prescrizione diventa un problema secondario, perché il punto non è tanto vedere Dell’Utri in carcere quanto ribadirne il ruolo di cerniera tra la mafia e la politica andata al potere, con Forza Italia poi Pdl. Questione politica, più che giudiziaria, appunto. Per Berlusconi i fatti privati – aziende, finanza, conflitti d’interesse – sono inestricabilmente legati alla gestione di un potere affaristico e palesemente corrotto, inclusi i rapporti intercorsi con personaggi come Dell’Utri. E non a caso sta cercando di risolverli complessivamente con il lungo rosario delle leggi sia a sua protezione che a protezione degli interessi generali di un sistema che ha negli affari, nell’illecito e nelle mafie il suo punto di forza. Gli scudi, i legittimi impedimenti, la vanificazione delle intercettazioni e delle indagini, lo svuotamento del processo penale, l’indebolimento dell’indipendenza dei pm e della magistratura, l’azione penale rimessa interamente nelle mani della polizia giudiziaria e, cioè, dell’esecutivo, il bavaglio alla libera stampa, la soppressione dei già affievoliti poteri di contrattazione sindacale, sono tutti funzionali a quel disegno che andrebbe contrastato nella sua interezza se si vuol difendere quel residuo di democrazia che ci è rimasto.

Cosa pensi questa maggioranza di destra sui legami tra mafia e politica lo si è già visto con la strenua difesa di Cuffaro fino alle sue dimissioni imposte dalla condanna, con la unanime e decennale solidarietà a Dell’Utri, con la conferma di Cosentino a sottosegretario, per citare solo gli episodi più eclatanti. Né valgono gli annunci trionfalistici dei vari Maroni sugli arresti di latitanti o sui sequestri di patrimoni: se nel nostro Paese la forza della mafia fa perno principalmente sui rapporti con la politica, sappiamo da che parte stanno le forze della destra e come con queste al governo sarà impossibile sradicare una tale organizzazione criminale. È a questo intreccio tra poteri criminali e poteri politici che questa ennesima sentenza rinvia con forza ed è su questo intreccio che l’opposizione parlamentare dovrebbe riflettere più attentamente, senza accantonarlo come un fatto accidentale, ma riconoscendo che è un punto di forza del potere della destra, specie nelle regioni meridionali.

Quindi trarne le conseguenze, ad ogni livello, nazionale e locale. Il Pd non può pensare di dialogare in Parlamento sulle riforme all’ombra di questa santa alleanza, quando è chiaro che la destra non è affatto propensa a rinunciare agli “strumenti” dell’illecito ma anzi li vuole rafforzare (vedi Brancher) perché consustanziali al suo potere. I giudici hanno il compito di tirare le somme attenendosi a quanto la legge prescrive, ciò che la Corte d’appello di Palermo sembra aver fatto, né più, né meno. L’opposizione politica ha il compito tautologico di fare opposizione, tenendo ben presenti tutti i fatti della tragica realtà del momento.

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