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DISCARICA BUSSI : DOPO IL DANNO LA BEFFA

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Sostanze tossiche come il mercurio e il piombo hanno inquinato per decenni i fiumi ai piedi del parco nazionale del Gran Sasso, e almeno 700.000 abitanti inconsapevoli hanno bevuto acqua contaminata. Ignari del rischio che stavano correndo. Si dovrà aspettare il 2007 prima che quei pozzi siano definitivamente chiusi: solo dopo la scoperta da parte del Corpo forestale di una discarica abusiva (la Tre Monti), dove per decenni sono stati sepolti materiali altamente nocivi, per lo più cancerogeni. Bussi sul Tirino, nel cuore dell’Abruzzo, è uno dei disastri ambientali più gravi d’Italia. Per decenni le sue acque sono state contaminate dal colosso della chimica Montedison. Inserito nel 2008 come sito di interesse nazionale (Sin), gli abitanti del paese alle porte del Gran Sasso stanno ancora aspettando la bonifica dell’area inquinata.

Una storia fatta di colpevoli ritardi burocratici e di una interminabile battaglia legale. Sullo sfondo, la salute dei cittadini, allarmati dall’aumento di tumori e malattie. A distanza di 12 anni, tuttavia, le opere di bonifica non sono ancora partite. L’ultimo ricorso è stato depositato il 2 luglio al TAR di Pescara per impugnare la lettera di aprile del Ministero con cui si chiedeva ad Edison di presentare un eventuale progetto alternativo di bonifica rispetto a quello predisposto dall’allora Commissario Goio nel 2015. Intervento, quello disposto dall’allora Commissario, che prevedeva la rimozione completa di rifiuti e terreni contaminati, Una vera e propria offensiva giudiziaria, peraltro largamente annunciata da Edison che evidentemente ha le idee chiarissime, che comprende anche il recente ricorso alla Cassazione per annullare la sentenza del Consiglio di Stato che ha confermato la validità dell’ordinanza della Provincia e quello al Consiglio di Stato stesso per la revoca della medesima sentenza.

Il tutto condito dalla mancata partecipazione alla seduta della Commissione d’Inchiesta del consiglio regionale, un affronto subito non da tutti gli abruzzesi ma solo da chi pensava di aprire interlocuzioni con questa società non avendola mai affrontata nella concretezza. Solo un modo per difendere d’ufficio la decisione ministeriale di annullamento della gara ricompensato adeguatamente. Ora, staremo nei tribunali per i prossimi anni senza aver bonificato nulla nel frattempo. E il piccolo borgo della provincia di Pescara è diventato, suo malgrado, l’emblema dell’inefficienza dello Stato, prima nel prevenire, e poi nel dare una soluzione ad uno dei più gravi danni ambientali mai accaduti nel nostro Paese. In tutta questa vicenda, oltre ai colpevoli ritardi nella bonifica, c’è anche l’aspetto giudiziario.

Sentenze che nel corso degli anni sono state ribaltate e hanno portato ad un nulla di fatto. Il principale imputato in questo disastro ambientale perpetrato per più di quarant’anni è Montedison. L’inchiesta porta alla sbarra, con l’accusa di disastro doloso e avvelenamento delle acque, diciannove persone, tra ex amministratori, dirigenti e tecnici. Nel 2014, in primo grado, la Corte d’assise di Chieti assolve gli imputati dal reato di avvelenamento delle acque “perché il fatto non sussiste”, e dichiara il non doversi procedere per prescrizione per il reato di disastro ambientale, derubricato da doloso in colposo. Tre anni dopo, invece, la Corte d’assise d’appello dell’Aquila condanna 10 imputati a pene tra 2 e 3 anni. Il reato di avvelenamento colposo delle acque, comunque, viene dichiarato prescritto. E si arriva al settembre 2018, quando la Cassazione rovescia una terza volta la sentenza e annulla le 10 condanne. Annullati dai giudici anche i risarcimenti chiesti dalle parti civili.

Una sentenza incubo per l’Abruzzo. Mentre , per un verso appare urgente completare le Misure di Prevenzione e sicurezza per attenuare l’esposizione al rischio dei lavoratori e dei cittadini e l’inquinamento ambientale, anche ripristinando il capping divelto. Per altro verso appare non più procrastinabile l’avvio dei lavori di bonifica, poiché i rischi per la salute e per l’ambiente sono immanenti e attuali e non possono essere sottovalutati. Ora la Procura della Repubblica di Pescara ha aperto un fascicolo contro ignoti per un’ipotesi di reato di omessa bonifica della mega discarica di rifiuti tossici e nocivi di Bussi sul Tirino. Il fascicolo è nelle mani del procuratore aggiunto, Anna Rita Mantini, che è anche il coordinatore del settore relativo ai reati ambientali, e del collega Luca Sciarretta . Adesso che tutti i passaggi burocratico-amministrativi sono stati conclusi, la Procura può tornare a mettere le mani su questo scandalo che va avanti dal 2007, da quando cioè gli uomini dello scomparso generale della forestale Guido Conti scoprirono la più grossa discarica di rifiuti tossici e nocivi d’Europa. Da allora, è stato un susseguirsi di alterne vicende su questa storia, Tra “veleni” interrati, veleni sulla sentenza, prescrizioni e lungaggini. La responsabilità però resta a chi ha inquinato, e cioè la Edison, che dovrà pagare le spese di bonifica . Ora però, assodato che Edison deve occuparsi della bonifica, resta da verificare che fine faranno i 50 milioni stanziati dal ministero dell’ambiente per quella stessa bonifica, alla luce dell’annullamento della gara a opera dello stesso ministero. Si è così: ad annunciarlo è stato, qualche giorno fa, il sindaco Salvatore Lagatta.

Il  Ministero dell’Ambiente ha annullato la gara d’appalto (da 38 milioni di euro) aggiudicata nel lontano febbraio 2018 per la bonifica delle due aree, sulla base di un parere di un Consiglio superiore dei lavori pubblici. Le ragioni in una lettera inviata al Comune di Bussi e firmata dal direttore del ministero dell’Ambiente, Giuseppe Lo Presti, nella quale si afferma che era emerso “uno scarso grado di approfondimento dei contenuti progettuali iniziali posti a base di gara che, a parere del Consiglio Superiore, rendeva impossibile la redazione di un progetto definitivo corretto, approfondito e rispondente ai requisiti minimi della normativa tecnica vigente”. Così la storia infinita della mega discarica Montedison di Bussi sul Tirino (Pescara) rischia di esplodere per l’ennesima volta a poco più di un mese dalla sentenza storica con cui il Consiglio di Stato ha confermato che Edison dovrà provvedere alla bonifica delle aree inquinate 2A e 2B e zone limitrofe, a ridosso del centro abitato del comune abruzzese.

Una storia fatta di colpevoli ritardi burocratici e di una interminabile battaglia legale. Sullo sfondo, la salute dei cittadini, allarmati dall’aumento di tumori e malattie. A distanza di 12 anni, tuttavia, le opere di bonifica non sono ancora partite. Intanto la Commissione Ecomafie, in una relazione del 2018 sullo stato delle bonifiche dei siti contaminati in questa vicenda scrive che si sono accumulati diversi ritardi per diverse ragioni, dal proliferare delle conferenze dei servizi, alle “estenuanti interlocuzioni tra ministero dell’Ambiente ed enti locali”, fino alle sovrapposizioni di competenze e per un rapporto di scarsa collaborazione, se non di vero e proprio conflitto, tra commissario e Arta Abruzzo. Evviva . Tanto che me ne frega mica l’Ambiente è mio.

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