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E’ MORTO IL MIO AMICO GINO, OTTAVO RE DI ROMA

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Per anni non l’ho potuto sopportare ne leggere. Mi era proprio antipatico. Mi sembrava borioso. Scontroso. A tratti sciocco e pomposo. Poi, nel febbraio del 2009, nel periodo della mia collaborazione con Tornatore, sono stato costretto a conoscerlo perché lui aveva scritto “Baaria” a quattro mani con Pietro Calabrese.  Così mi sono accorto quanto fossi stato stupido, animato da stupidi preconcetti, quanto avessi sbagliato su di lui. E cominciai a leggerlo. Sempre. Ogni settimana, ogni giovedi  su “Sette” del Corriere. Per alcuni mesi ci siamo incontrati ogni settimana e più volte  nei lunghi mesi della malattia,. Oggi penso che umanamente, anzi sicilianamente-, era uno che aveva scambiato l’amicizia con l’amore, quasi considerava uguali due sentimenti tanto diversi. Amava la sua adorata moglie Barbara e la figlia di cui andava pazzo, Costanza, solo un po’ più degli amici a cui aveva dedicato la sua esistenza. Era affettuoso ed esigente con loro. Non poteva far passare un giorno o una settimana senza rallegrarli con una telefonata, o rimproverarli per un’assenza troppo lunga. Nelle belle giornate anche lui andava a sedersi su una panchina di Villa Borghese che aveva ribattezzato «l’ufficio». Era lì che si davano appuntamento a Roma tutti quelli che gli volevano bene, e lo assecondavano in qualsiasi capriccio.

Gran conversatore, animatore instancabile di serate gioiose, aveva un tocco speciale per intrattenere i suoi ospiti. A un certo punto cominciava a parlare di sesso in tono disinvolto, con grande impiego di neologismi e allusioni. I commensali che lo conoscevano meno, e magari sedevano al suo fianco per la prima volta, si stupivano. Ma lui non se ne curava. E concludeva immancabilmente magnificando la propria virilità, donatagli da una natura generosa. Aveva insomma un modo originale di snocciolare in termini crudi argomenti scabrosi. E lo faceva con un certo carisma, come se fosse un preciso dovere, tipo «avvertenze per l’uso». L’attitudine alla descrizione letteraria dei suoi personaggi, a partire dagli anfratti più nascosti delle loro personalità, veniva fuori, non solo dai suoi discorsi, ma anche e soprattutto dai suoi articoli e dal suo modo di fare i giornali. Ancora oggi, dopo vent’anni di viaggi per il mondo da inviato e corrispondente, e altri dodici da direttore, era rimasto indimenticabile un reportage assai stravagante che dedicò a un improbabile convegno scientifico di petomani in Abruzzo, di cui volle catalogare a tutti i costi ogni tipo di emissione. Due quotidiani (Il Messaggero e la Gazzetta dello Sport), due periodici (Panorama e Capital), il primo portale Internet della Rizzoli-Corriere della Sera, un’intera divisione della Rai, di cui per poco non diventò presidente, Calabrese aveva alle spalle una carriera prestigiosa, anche se era rimasto legato al giornale della Capitale in cui si era formato da ragazzo.

Nessuno come lui aveva saputo interpretare e mettere in pagina vizi e virtù di una città unica, che lo elesse non solo metaforicamente «ottavo re di Roma». Si era gettato anima e corpo a rappresentare il trash del potere romano, tra pranzi e cene, amori e tradimenti, impicci e imbrogli: un Satyricon di cui era testimone diretto, da monarca di una Capitale anarchica. Adesso occorre che qualcuno comunichi ai lettori che con Pietro Calabrese, scomparso ieri a Roma a 66 anni, se n’è andato anche Gino, l’alter-ego che lui stesso si era costruito per raccontare con asciuttezza, senza protagonismo, il suo lungo calvario di malato di cancro, che un giorno qualsiasi della sua breve vita apprende per caso di essere condannato. Con Pietro, Gino aveva fatto capolino dalle colonne di «Sette», nella rubrica «Moleskine», a maggio dell’anno scorso. Doveva essere un colpo e via, ma nessuno dei due, né l’autore né il personaggio che aveva creato, potevano immaginare cosa avrebbero sollevato nel moderno sistema della comunicazione on line. Calabrese, e per suo tramite Gino, dal giorno dopo la pubblicazione dell’articolo furono sommersi letteralmente di e-mail di gente comune, il «popolo di Gino», che non voleva rassegnarsi all’idea che non ci fosse più niente da fare. E per questo cercava di dare consigli, chiedeva dettagli e si raccomandava, almeno, di essere informata sul prosieguo. Così Pietro e Gino hanno continuato a vivere per un anno e mezzo, aiutati da tutti i loro corrispondenti, anche per onorare l’amicizia e la solidarietà ricevute a piene mani, che certamente li hanno aiutati a campare.

Questa esperienza talmente straordinaria, alla quale non era per niente preparata, pur nel frangente tragico della malattia, non poteva capitare a una persona più adatta. Giornalista blasonato e pluridirettore, Pietro infatti non s’era mai lasciato sopraffare dal cinismo, che coglie spesso dopo alcuni anni quelli che fanno il nostro mestiere. Tra pochi giorni, pubblicata da Rizzoli, la storia di Pietro e Gino diventerà un libro. Il diario coraggioso e spietato di uno che va verso la fine, un passo dopo l’altro. Ma anche l’addio di un uomo che aveva vissuto sempre con gli altri, e per gli altri.

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