E SUL PALCO ABBIAMO VINTO TUTTI

E SUL PALCO ABBIAMO VINTO TUTTI

Ascanio Celestini  gioca con i bambini. Antonello Venditti suona i suoi vecchi pezzi. De Gregori è seduto nei giardini del teatro Olimpico. Siamo tutti in attesa di iniziare la serata.  Ieri ci siamo passati di mano le canzoni di Corrado, che se ne è andato troppo presto ma non se ne è andato tutto. Ci ha lasciato parole e canzoni che abbiamo raccolto, stretto tra le braccia e passato all’indietro, come una palla da rugby. Le prime linee  Venditti e De Gregori  hanno passato la palla agli amici del Folkstudio, Mimmo Locasciulli e suo figlio Matteo, Luciano Ceri, Piero Brega. Insieme hanno arrangiato e suonato le sue canzoni.  

Poi hanno proseguito l’azione le seconde line: i Tetes de Bois e i Virginiana Miller, due band che si sono formate quando il Folkstudio di Corrado, covo dei cantautori romani di quella generazione. E poi la palla ovale è passata alle terze linee, ai bambini del coro delle Mani Bianche, bimbi non udenti che pure cantano in coro con le mani foderate di bianco, la lingua dei segni al posto delle parole. Perché la musica abbatte tutte le barriere, anche quella del suono. Riusciremo a tenere insieme tutto? Ci chiedevamo stendendo la scaletta dell’evento con gli amici di Corrado: sua moglie Maresa, Ernesto Assante, Concita De Gregorio. Invece il palco è stato di tutti.

Di Ascanio Celestini che ha incantato la platea tirando i fili delle parole come quelli dei burattini. Di Rita Marcotulli e del suo pianoforte parlante, che la musica diceva Tolstoj è la stenografia dell’anima, e arriva a dire quello che le parole non sanno esprimere. Di Nicky Nicolai, che con voce di velluto ha intonato: «E se domani, e sottolineo se / all’improvviso / perdessi te?». Sguardi dietro le quinte. Cenni del capo, un groppo alla gola. Che la vita è così, imprevedibile come la palla da rugby, che quando rimbalza non sai mai che direzione prende: un attimo prima la stringi al petto, un attimo dopo schizza via come le gammaglobuline che intontiscono il sangue. «Io non sono un malato», ha scritto Corrado dopo la diagnosi: «Sono un palestinese. Potrei essere colpito da un razzo tra pochi minuti. Mi aspettano vent’anni di emergenza umanitaria o forse pochi mesi. Io non sono un malato. Mi sono semplicemente trasferito nel dolore abituale del mondo».

Le persone che Corrado Sannucci ha amato erano ieri su quel palco e in platea, e mettevano in circolo l’amore ricevuto. Per questo hanno dato vita a «Stentore», un’associazione che si occuperà di avvicinare alla musica e allo sport i bambini in difficoltà. Pensavo anche a un vecchio detto scozzese: «Un giocatore di rugby non muore mai. Al massimo passa la palla».

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