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ENRICO BERLINGUER: UNA PERSONA PERBENE

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Ci sono tre video che mi fanno piangere ogni volta. E per questo li evito. L’ultimo discorso di Paolo Borsellino nella biblioteca di Palermo, quando parla di Falcone morto da un mese; lo strazio di Giovanni Paolo malato che cerca disperatamente di parlare dal balcone e non ci riesce; Enrico Berlinguer sul palco di Padova che si sente male, sorride, ma decide di continuare a parlare. E muore, mentre forse avrebbe potuto salvarsi. Per questo sono particolarmente felice di essere stato invitato da Tito Marci – presidedella facoltà di Scienze politiche, sociologia e comunicazione della Sapienza – per presentare agli studente il libro “I ragazzi di Berlinguer” nell’anniversario dei 35 anni della sua morte. E per questo, nonostante concomitanti impegni, ho deciso di accettare per raccontare ai ragazzi come vissi io quel giorno. Perché la ritengo una iniziativa importante per la memoria di ragazzi che non erano neppure nati. Una occasione per raccontare la straordinarietà di quel’uomo che si spegneva sul palco ma sentiva il bisogno di continuare a parlare al suo popolo; una opportunità per ricordare a me stesso la commozione del Paese. Pochi sanno che quelle immagini del malore durante il comizio erano il frutto totalmente casuale, involontario, di un noleggio di un sistema di riprese di un privato. Altrimenti non le avremmo mai viste. Fu un gigantesco evento mediatico, anche nei giorni successivi.

All’epoca solo in rarissime circostanze una morte diventava un avvenimento nazionale e popolare. Ovviamente molto di quell’evento lo si deve alla personalità e all’umanità di quell’uomo. Al suo essere antileader, persona “normale”. Anche dopo la morte, fino alla sepoltura – secondo una volontà espressa alla famiglia – in una tomba semplice, a Prima Porta, lontano da quella ufficiale del Pci al Verano. In questo, davvero, Berlinguer fu atipico. Distante da un’idea del rapporto fra l’uomo e il Partito – idea gloriosa, ma disumana– sulla quale si formò il gruppo dirigente di Togliatti. Enrico Berlinguer, grande capo dell’Eurocomunismo e icona di una politica a sinistra che ancora non aveva smarrito il proprio alto senso civile. Imprimerà un’accelerazione alla linea politica del Pci già l’anno seguente la sua nomina, varando la strategia detta del “Compromesso storico”: una grande alleanza tra le masse popolari cattoliche e comuniste per lottare contro i rischi di involuzioni autoritarie e superare la “conventio”che dal 1948 escludeva il suo partito dalle possibili alleanze di governo (anche se nelle regioni centrali italiane i comunisti erano stabilmente alla guida delle istituzioni, mentre pratiche consociative vigevano nelle commissioni parlamentari già dagli anni 50).

Lanciata con una serie di articoli su Rinascita, la nuova linea affermava esplicitamente di rispondere alle evoluzioni del quadro internazionale; dove faceva da battistrada di quello che sarebbe stato l’ordine reazionario in arrivo, incarnato dal duo Ronald Reagan-Margaret Thatcher, il colpo di stato in Cile, avvenuto l’11 settembre 1973: l’assassinio del presidente legittimo Salvator Allende e l’instaurazione della dittatura del generale fellone Augusto Pinochet. Eppure, anche nel nuovo scenario era possibile individuare il persistente filo di continuità con la tradizione togliattiana, egemone nella cultura comunista italiana: si governa solo in condominio con i cattolici, garanti degli equilibri sanciti nella spartizione delle sfere di influenza mondiali a Jalta; va respinta ogni velleità radicaloide di perseguire alternative democratiche alla Dc. Scelta indubbiamente coerente con narrazioni e lasciti culturali vigenti in via delle Botteghe Oscure e dintorni. Ma priva di quel respiro necessario per un effettivo rinnovamento della politica nazionale, che iniziava a mostrare forme di incanaglimento in un quadro bloccato: quanto veniva descritto da politologi anticonformisti come “bipartitismo imperfetto”.

Che l’onesto ma scolastico Berlinguer stentava a scorgere, anche perché influenzato da un entourage in cui prevalevano i cattocomunisti di Franco Rodano e il loro ecumenismo estraneo a un’idea di democrazia come regolazione competitiva della lotta politica; a partire dal suo segretario personale Antonio Tatò. Resta il fatto – sconfortante per la sinistra laica-azionista – di una strategia difensiva quando il fronte progressista conosceva la propria massima avanzata elettorale. Difatti i marpioni democristiani incassano i dividendi di questa apertura al buio per uscire dall’impasse e poi liquidano lo scomodo partner varando il Caf, acronimo dell’alleanza tra i campioni del cinismo furbesco – Bettino Craxi, Giulio Andreotti e Arnaldo Forlani – nell’ultima stagione spartitoria di Prima Repubblica; il saccheggio del pubblico denaro all’origine di quanto diventerà il deficit strutturale dei conti pubblici. Messo in un angolo da tali volponi, Berlinguer reagirà lanciando la nuova parola d’ordine della “Questione morale”, invisa a un personale politico in via di farsi casta e ormai dedito spudoratamente al carrierismo.

Compresi strati dello stesso Pci. Nella primavera del 1981, intervistato da Eugenio Scalfari, denuncia “l’occupazione dello Stato da parte di ladri, corrotti e concussi”. Ma ormai è solo una voce testimoniale, uno sconfitto dalla nuova politica rampante che seduce folle crescenti di accaparratori: la futura Italia berlusconiana. Battaglia solitaria che si conclude tragicamente il 7 giugno 1984: colpito da ictus durante un appassionato comizio elettorale a Padova, muore quattro giorni dopo. Con lui si estingue la stirpe dei politici per bene, i Sandro Pertini, gli Alcide De Gasperi. Poco dopo arriverà Tangentopoli con l’indagine di Mani Pulite. Ancora oggi penso che quell’uomo abbia influenzato la mia vita. Di lui non sapevo nulla. Sapevo soltanto, leggendone il nome, che quegli occhi pieni di luce si chiamavano Enrico. Ricordo il giorno del suo funerale. A Roma, quel giorno c’era il mondo. Si celebrava la morte del Comunismo e si salutava inermi l’ultimo degli onesti, l’ultimo dei nobili d’animo.  Ricordo tanta gente semplice, commossa e col pugno alzato fisso. Ricordo che i raggi del sole iniziavano ad essere molto caldi. A distanza di anni nessuno (serio) parla di Comunismo, quasi se ne avesse timore e vergogna; seguiamo come pecore il flusso degli eventi, senza porci troppe domande, facendoci vivere dalla realtà e non avendo più voglia di gridare contro le ingiustizie del nostro tempo.

A distanza di anni ci cibiamo di reality, bevendo silicone, annusando indifferenti l’odore della menzogna, calpestando irriverenti quella che fu la strada della cultura.  Lo ricordo come un uomo padrone dei suoi gesti schivi, del suo accento scabroso e pur melodico; uno che visibilmente penava nell’offrirsi alla moltitudine imbandierata e caciaresca, che visibilmente sentiva fastidio per il notabilato compagnardo gioiosamente, solennemente stipato sul palco; un italiano duro di quelli che in qualche modo sentono il bisogno di antitalianità che ha il paese furbesco e servile, che sanno ancora pronunciare parole come onestà, lavoro, merito, moralità senza che si pensi immediatamente a una predica o a una sceneggiata, a una farsa o a un melodramma.   Il suo fascino era la diversità: non quella tanto inseguita e mitizzata dal comunismo che rigenera il mondo, ma la più reale e radicata del vir probus, del signore vero, del non plebeo. Lo ricordo nelle tribune politiche e nelle conferenze stampa protetto dalla volgarità come da uno scudo invisibile e impenetrabile; uno scudo di ritrosia e di gelo su cui le parole melense o indecenti, stupide, o perfide si frantumavano.

Ricordo il suo prestigio che non è mai stato affidato alle opere ma al modo di essere uomo. Un modo ammirevole. Lo ricordo così, oggi che la parola dei politici non ha più alcun valore etico. Soltanto, semplicemente, è uno strumento di manipolazione. Delle nostre coscienze. Dei nostri valori. Nessuno parla più di rigore morale, nessuno fa battaglie per dare cittadinanze agli esclusi, nessuno pensa all’importanza della qualità della vita e dello sviluppo. Per dare un futuro ai giovani ed al Paese. Per questo oggi gli impegni possono aspettare. Ricorderò Enrico. Lo farò per me. Leo Nodari Sapienz@news©

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