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ETERNO GIULLARE

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Domenica mattina sarò al Piccolo Teatro Grassi di Milano invitato per la presentazione del libro “Ho visto un Fo” scritto da Giuseppina Manin e in uscita ad un anno dalla morte del più grande artista del teatro italiano del ‘900. Non sarà facile ricordare Dario, uomo libero e premio Nobel, attore sommo e sommo drammaturgo. Non sarà facile ricordare 25 anni di collaborazione e di amicizia con il regista, lo scenografo, l’impresario, lo scrittore e il pittore. Non sarà facile ricordare il suo ultimo spettacolo all’Auditorium di Roma nell’agosto nel 2016 tante volte rimandato per i suoi problemi respiratori che ho avuto la fortuna di organizzare. Dario, un grande uomo. Uomo ricco che viaggiava in treno in seconda classe e ha messo in scena centinaia di spettacoli di beneficenza. Uomo di sinistra fuori dal coro, militante senza bandiere. Personalità incontenibile, artista poliedrico, ‘giullare’ della cultura italiana – amava definirsi lui – Fo era stato attivo fino all’ultimo. Il giullare che si fa beffe del potere, il Nobel che fa infuriare gli intellettuali scornati. Dario Fo. Aveva 90 anni, 70 li aveva passati nel teatro che ha dominato da re, reinventando la satira, la comicità con oltre cento commedie, racconti, romanzi biografici, saggi, e da attore, scrittore, autore di canzoni, ma anche pittore, regista, scenografo, saggista, politico: un talento rinascimentale che ha fatto di Dario Fo il più grande e famoso artista italiano dei tempi moderni. Una vita straordinaria celebre in ogni parte del pianeta. Un’esistenza lunga e fortunata.

«Esageratamente fortunata», ripeteva lui che a differenza di quelli mai contenti sapeva dire grazie alla sorte. Quando mai il figlio di un capostazione, nato il 24 marzo del 1926 in un paesino del lago Maggiore, poteva sognare quel destino buffo che le stelle avevano in serbo per lui? Tutte quelle vite, una più straordinaria dell’altra, una dentro l’altra, riflesse come in un gioco di specchi capace di moltiplicare il tempo e le storie. Dagli anni dell’Accademia di Brera, così ricchi di stimoli culturali, ai testi radiofonici del Poer nano all’esordio con Parenti e Durano al Piccolo Teatro con Il dito nell’occhio, all’unica esperienza cinematografica, con Carlo Lizzani che gli cuce su misura il film Lo svitato. Ma fatale è l’incontro con Franca, la donna della sua vita, la compagna di scorribande d’arte e d’amore. Di bellezza folgorante, corteggiata da tutti, manda in tilt Dario inchiodandolo senza preamboli con un bacio, visto che lui non osa avvicinarla. Figlia di una famiglia di teatranti girovaghi, bellissima, bionda, alta. “Aveva fuori dal teatro le macchine di ricconi che l’aspettavano. Io non ero nessuno, ero uno spilungone tutto orecchie, intimidito dalla sua bellezza e dunque casto.

“Allora un giorno lei mi prese dalle spalle, mi mise contro un muro e mi baciò”. Amore a prima vista, la nascita di un figlio, Jacopo, che erediterà la loro passione per la scena. Un’unione salda anche se inquieta e fuori da ogni schema. Fo e Rame uniti nonostante tutto dentro e fuori scena. Un susseguirsi di satire al vetriolo, sulle quali Dario spandeva a piene mani il suo grammelot, che ha segnato la nostra storia culturale, viene da lì, dall’incrocio di dialetti locali, neologismi e lingue straniere. Un apprendistato che mette in pratica invadendo di racconti il Bar Giamaica, a Milano, quartiere Brera quando, studente dell’Accademia delle Belle Arti e del Politecnico, conosce i pittori Morlotti, Treccani, Crippa. Un folle assemblaggio di suoni di parlate diverse, nonsense linguistici accessibile a tutti. Una magnifica invenzione che, insieme con l’imponente corpus drammaturgico, quasi un centinaio di testi teatrali, gli valse nel 1997 il Nobel per la letteratura. Accolto con entusiasmo all’estero, un po’ meno in patria, dove molti scrittori e poeti digrignarono i denti, stupefatti e biliosi per esser stati scavalcati in tanta gloria da un buffone irriverente. Che, come diceva la motivazione degli Accademici svedesi, «seguendo la tradizione dei giullari medioevali dileggia il potere restituendo dignità agli oppressi». Laudatio a cui Dario rispose ringraziando quegli anonimi maestri, ma anche Ruzzante e Molière, e soprattutto Franca.

Con cui volle spartire la medaglia riconoscendole pubblicamente il ruolo di coautrice di tante commedie e consigliera impareggiabile. Impossibile pensare l’uno senza l’altra. Ma poi ecco che Franca muore, il 29 maggio del 2013, e Dario per la prima volta deve andare avanti da solo. Azzoppato, gli occhi celesti stanchi e dolenti, eppure sempre curiosi e beffardi. Consapevoli che la vita, come l’amore, come il teatro, spesso fa male. Al lutto di Franca si aggiungono quelli di Enzo Jannacci, amico e complice di canzoni irriverenti, da «Ho visto un re» a «El purtava i scarp del tennis» e quello recente di Casaleggio, amico e alleato su nuovi fronti politici. Ma è Franca a mancargli sempre di più, la perdita non è sanabile, il lavoro è il miglior analgesico. Con disperato furore e rinnovata vitalità Fo non si dà tregua. Scrive un libro dopo l’altro, dipinge con l’energia e la gioia di un ragazzo quadri di colori vivacissimi esposti in mostre in Italia e all’estero. Sempre attentissimo alla vita pubblica, non si perde una polemica, tiene banco a incontri, continua ad andare in scena con il testo più amato, Mistero Buffo, nonostante il parere contrario del medico, nonostante il fiato gli manchi sempre più spesso. L’ultima estate nella casa di Cesenatico, così cara anche a Franca, non riesce a frenare tanta smania di vivere e di fare. Di morire Dario non ha nessuna intenzione.

«Non temo la morte ma neanche la corteggio. Se hai campato bene è la giusta conclusione della vita». Anche sul letto d’ospedale, nonostante la maschera d’ossigeno, ha trovato la forza di scherzare sul suo stato di salute: «È come una sfida a ramino. Puoi vincere o perdere, ma quel che conta è la partita». Ricorderò il mio ultimo incontro con lui. Nel cortile della sua casa milanese di Porta Romana, era rimasto incantato davanti a una rosa sbocciata all’improvviso, fuori stagione. Si era convinto che fosse stata Franca a fargli quel dono, come segno di una sua presenza costante. «Lei è sempre accanto a me, ogni volta che non so come trarmi di impaccio, la chiamo e mi risponde». Quella rosa ne era la prova provante. Chissà se adesso lì accanto ne crescerà un’altra.   Negli ultimi tempi era diventato impaziente di fare, scrivere, parlare, dipingere. Si ubriacava di impegni, lavorava fino a stordirsi, come volesse bruciare il tempo. Dario Fo ha lasciato la vita con l’energia e la carica con cui l’ha vissuta. 

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