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FABER: UN PRINCIPE LIBERO

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Se siete appassionati di Faber, se non avete fatto in tempo a vederlo e non volete aspettare il 13 febbraio, io vi dico la mia. Fabrizio De Andrè : principe libero è un film imprescindibile per chi ama De André e la sua musica, perché permette di guardarlo più da vicino, più nel profondo. Ciuffo lungo che copre parte del viso, chitarra tra le braccia e sigaretta in bocca mentre canta parole che nulla hanno da invidiare a quelle dei poeti più famosi: Fabrizio De André è considerato uno tra i più grandi cantautori italiani. Più vicino ai suoi amati caruggi che alla Genova borghese, con le sue canzoni ha raccontato storie di prostitute e di ribelli; ha raccontato la religione e la storia, la morte e l’amore. Scrupoloso nel sondare l’uomo dietro l’artista, il biopic di Luca Facchini è un appassionato ritratto che scompone in più parti la complessa figura del grande cantautore genovese. Cantava di re senza corona e senza scorta. Ai regni dorati dei potenti preferiva i vicoli bui e sporchi. Al mondo patinato dei vincenti, preferiva le ferite degli sconfitti, i drammi degli ultimi, le svogliate carezze degli amori finiti. Eppure Fabrizio De Andrè era un principe, era uno di buona famiglia, con un padre molto presente che non gli hai mai fatto mancare niente: stimoli, certezze economiche, un violino con cui coltivare l’amore per la musica.

Un’agiatezza che al giovane Faber è sempre stata indigesta, una conformità borghese in cui non è mai riuscito a riconoscersi davvero. Riluttante alla realtà comoda e ovattata in cui era nato, Fabrizio preferiva rubare vinili di Elvis tra le stradine strette di Genova, ubriacarsi in compagnia di una prostituta sfuggente, fumare dentro una barca in riva al mare. Figlio di un mondo a cui era allergico, De André ha trovato dentro tante poesie travestite da canzoni la valvola di sfogo per raccontare la sua visione delle cose, per dare voce ad una sensibilità feroce capace di guardare dietro e oltre la normalità, alla ricerca di dettagli minuscoli, di storie altrimenti invisibili. Parte da qui Fabrizio De Andrè – Principe libero, biopic diretto da Luca Facchini , ovvero dall’incompatibilità tra il nido e le mete sognate da un ragazzo irrequieto. Una nota stonata sottolineata molto bene dal sottotitolo di questo film nato per la tv .

“Principe Libero” (definizione coniata dal pirata britannico Samuel Bellamy), a ben pensarci, è un meraviglioso ossimoro, una contraddizione in termini che descrive una persona con dei vincoli di sangue ma con tanta voglia di indipendenza. Nota costante di una vita intera questo conflitto si ripercuote lungo tutto il bel film di Facchini, un omaggio approfondito e sentito, scrupoloso nel sondare l’uomo dietro l’artista. Fabrizio De André – Principe Libero è un ritratto quadruplo, che svela con tatto il figlio, l’amante, il marito e il padre ancor prima del poeta; è la migliore tv italiana che diventa grande schermo. Perché i giganti hanno bisogno di spazio. A quasi vent’anni di distanza dalla morte, Faber torna a vivere con il volto, la gestualità e la voce di Luca Marinelli in Fabrizio De André. Principe Libero, co-produzione Rai Fiction e Bibi Film. Diretto da Luca Facchini, il biopic è stato disponibile nelle sale italiane soltanto il 23 e 24 gennaio, per poi essere trasmesso su Rai Uno in due serate, il 13 e 14 febbraio. Centonovanta minuti per raccontare l’uomo, più che l’artista De André, con le sue canzoni come colonna sonora. Una biografia che non vuole essere un documentario. Dalla prima chitarra ai concerti più famosi, Fabrizio De André. Principe Libero ripercorre la vita del cantautore genovese: si passa dai vicoli stretti dei caruggi e dagli studi di registrazione di Milano per arrivare alla villa in Gallura dove verrà rapito insieme alla seconda moglie Dori Ghezzi.

 “Sono un principe libero e ho tanta autorità per fare guerra al mondo intero”, diceva il pirata inglese Samuel Bellamy, e Faber appunta le sue parole su un taccuino (le troveremo poi sulla copertina del disco “Le Nuvole”). Il film racconta proprio la continua ricerca di libertà dell’artista, quel bisogno viscerale che lo spinge lontano dalla Genova borghese e lo mette in contrasto con il padre Giuseppe. Fabrizio De André. Principe Libero non è un documentario, anzi si prende alcune piccole libertà, adattando eventi e personaggi al registro e ai tempi cinematografici.   E quindi a regalare la prima chitarra al Fabrizio bambino qui è il padre invece che la madre; l’amico d’infanzia Paolo Villaggio (interpretato da un magistrale Gianluca Gobbi) racchiude in sé diverse frequentazioni e amicizie genovesi del giovane Faber, così come Tenco rappresenta anche gli altri artisti della scuola genovese. Il Fabrizio del film è quindi come il protagonista di un racconto, un personaggio che però è estremamente umano e rivela i limiti e i difetti di un uomo più che le virtù di un artista. Luca Marinelli porta in scena il “suo” De André (“non interpreta Fabrizio, lo rappresenta”, scrive Facchini) e lo fa con un’estrema cura per i dettagli.

Quando lo vediamo cantare sul palco, è davvero Marinelli a cantare, non muove le labbra su una registrazione di Faber; e se la voce già di per sé riesce a essere incredibilmente somigliante, la gestualità, la postura e persino il modo in cui muove la bocca per articolare i suoni compiono il miracolo e rendono quello di Marinelli un Fabrizio estremamente verosimile. A volte l’accento scivola verso quello romano, ma non è un problema. Non è un problema innanzitutto perché non siamo davanti al tentativo esagerato di creare una copia perfetta a imitazione esatta della realtà, e poi perché a detta di Dori Ghezzi “l’accento [genovese] non è neanche necessario”. In conferenza stampa ha infatti ricordato che “la famiglia di De André è di piemontesi, non parlavano con l’accento genovese. Fabrizio parlava in modo neutro e quando voleva scherzare diceva belìn e usava il genovese così come il gallurese o il napoletano.” Dori Ghezzi nel film è interpretata da Valentina Bellé, che porta in scena tutta l’energia del suo personaggio, con una fragilità e insieme una fermezza che emergono, chiaramente delineate, nel periodo del rapimento. Elena Radonicich interpreta invece Puny, la prima moglie di Fabrizio: un personaggio drammaticamente umano e reale che più di altri fa emergere i difetti e le mancanze del marito. Attorno a loro si muovono altri personaggi fondamentali per la vita di De André: il Paolo Villaggio di Cocchi è genuino e mai caricaturale; il padre Giuseppe (Ennio Fantastichini) e il fratello Mauro (Davide Iacopini) sono insieme fonte di contrasto e di supporto. Particolarmente riuscite le scene con Luigi Tenco (Matteo Martari), che aiutano a tratteggiare alcune delle riflessioni di Fabrizio sulla musica e sul lavoro di cantautore.

La regia di Luca Facchini è delicata e mai invadente, con scorci spesso ampi per mostrare non solo Fabrizio ma anche i suoi ambienti, dai caruggi scalcagnati alle ampie sale del “nido” paterno, dalla casa in cui ha abitato con Puny alla campagna sarda. Pittoresca ma non per questo poco realistica la fotografia, che si sofferma in special modo sui panorami marittimi e sulle vedute genovesi.   La musica è sempre centrale ma mai davvero protagonista, perché prima dell’artista viene l’uomo: di tanto in tanto sentiamo stralci delle sue canzoni, sentiamo Faber nominare alcuni dei suoi album o incidere in studio, ma non seguiamo la genesi dei dischi o dei vari pezzi se non quando servono a segnare la vita del cantautore (come nel caso de La canzone di Marinella, che ha poi segnato il successo di Fabrizio grazie all’interpretazione in TV di Mina). Facchini preferisce così muoversi dietro le quinte di un carattere ombroso, innamorato delle esistenze claudicanti e dei sentimenti liberi, impossibili da ingabbiare se non attraverso le parole delle sue ballate. Ed è proprio nella parola che Faber trovava finalmente conforto, come se loro fossero l’unico modo per fermare da qualche parte il flusso incessante e confuso di sensazioni che gli arrivavano addosso di continuo.

L’esistenza come malattia e le canzoni come cura; l’atto creativo come necessità intima e assolutamente privata, che non necessitava affatto di palcoscenici, tv, radio e vinili in vetrina. Questo è forse il più grande merito del film: quello di restituirci l’immagine di un artista molto schivo, a cui interessava più scrivere che essere ascoltato.Un racconto imprescindibile per i fan. Fabrizio De André. Principe libero è una sintesi elegante della vita di un uomo riservato che ha fatto la storia della musica italiana; un omaggio e insieme un saluto; un ricordo. Niente di tutto questo sarebbe stato possibile senza un Fabrizio De André convincente. Anzi, senza un’idea di Fabrizio De André convincente. Dietro quel folto ciuffo di capelli simile ad un sipario sempre abbassato, si celano gli occhi sensibili di uno straordinario Luca Marinelli , mai ingabbiato nell’imitazione, mai all’affannosa ricerca della mimesi a tutti i costi. L’attore romano scivola via da ogni confronto e si sottrae saggiamente ad ogni sovrapposizione, eppure riesce nell’impresa di rievocare De André di continuo. Succede grazie agli atteggiamenti appena accennati, all’andatura, al vezzo di fumare, al modo di rapportarsi agli altri senza darsi mai del tutto. Almeno sino all’arrivo di Dori Ghezzi , pronta a rivoluzionare la vita e il cuore del cantautore genovese e genoano. Perché Fabrizio De Andrè – Principe Libero declina la dicotomia del suo sottotitolo anche nelle donne della sua vita.

La prima moglie Puny  cullava il sogno borghese di un principe e di una principessa sempre insieme, nonostante tutto, al costo di mentirsi pur di mantenere intatte parvenze socialmente accettabili. Al contrario, Dori Ghezzi sembrava aver colto davvero l’ardente bisogno di libertà di Faber, una libertà di continuo da due anime affini nell’arte e nella vita. Niente del bello e del buono messo in scena da questo film sincero e necessario nasce lontano da tormenti e timori. Né i successi, né la gloria, né la felicità, né le riconciliazioni. È un film imprescindibile per chi ama De André e la sua musica, perché permette di guardarlo più da vicino, più nel profondo. E che importa se il fatto di cronaca che ha ispirato La canzone di Marinella nel film viene posticipato di una decina d’anni rispetto alla realtà? L’anima di Fabrizio è comunque tutta lì. Forse perché è proprio vero: “Dai diamanti non nasce niente. Dal letame nascono i fiori”.

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