Cosa si può fare

Cosa si può fare

Più di 5 milioni di contagiati. 175mila morti. Con una media di nuovi contagi che sembra inarrestabile.

Sembra passato un secolo da quando i conosciuti versi di Tom Jobim, il maestro che ha descritto la città di Rio de Janeiro come un paradiso tropicale, hanno perso il loro significato. Questo perché, a pochi chilometri dall’aeroporto internazionale della città, c’è un conglomerato che riunisce 16 favelas dove si vive in stato di guerra.

Nel Complesso della favela di Maré, circa 330 mila persone abitano in balia di una politica di morte. Uomini, donne, giovani e bambini non solo sono costretti a vivere in quel pezzo di mondo dimenticato da tutti, ma sono obbligati ad assistere inermi al conflitto costante tra polizia e trafficanti che si fronteggiano ogni giorno a colpi di mitra. Lì nemmeno il cielo è libero. Il volo dei passeri è stato sostituito da quello degli elicotteri. Le forze dell’ordine sorvolano i tetti delle case e delle scuole in cerca del bersaglio da colpire. In questa guerra ci sono madri che seppelliscono i propri figli e figli che rimangono orfani.

In questo complesso anticamera dell’inferno, nel 1990 il Vescovo di Recife, dom Helder Camara, la “voz de sin voz” diede vita al progetto educativo – umanitario “S.o.s. meninos de rua”. A distanza di 30 anni tante cose belle sono state fatte e tante cose restano da fare. In questi mesi drammatici per il Brasile, e per Rio de Janeiro in modo particolare, gli ideatori e fondatori del progetto hanno richiesto uno sforzo particolare.

Un impegno particolare. Senza più i volontari – rientrati nelle rispettive nazioni – senza aiuti dello Stato negazionista di Bolsonaro, è stato necessario chiedere un impegno di vita e una testimonianza concreta di attaccamento al progetto e di reale solidarietà. Ovviamente libera e volontaria riconfermata in tre diverse occasioni : entrare nelle favelas e tenere aperti i centri missionari dal dal 2 giugno al 2 novembre, per non lasciare le strutture abbandonate. Più di duecento persone di 26 diversi Paesi hanno accettato. E tra questi hanno accettato questa sfida 28 italiani che hanno tenuto aperte le strutture di Rio in due turni, dal 1 al 15 agosto e dal 15 al 30 agosto. Dando un forte segnale ai narcotrafficanti che li odiano perchè portano segnali di speranza, medicine, cibo, libri. E ai militari che li odiano perchè i missionari e i volontari sono occhi che guardano e bocche che denunciano. 

E tu cosa puoi fare, per non limitarti a dire “bravi!” . Ti chiediamo solo di non chiudere gli occhi. Ne il cuore. Come aiutare le realtà di disperazione che si stanno allargando, tu lo sai certo meglio di noi. E per quello che farai ti dico grazie

I volti della speranza

Lascia un commento