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FINITO IL MONDIALE IN AFRICA… SI PUO’ PARLARE DI AFRICA

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Come canta Vasco, “non c’è più religione”, o meglio, l’unica religione rimasta, quella che guadagna adepti ogni giorno, è la religione del “Life is Now”. Finito il mondiale di calcio in Sudafrica che tutto ha coperto, tutto sublimato, tutto giustificato, forse ora si potrà parlare di Sudafrica. Per mesi è stato impossibile parlare di quello che c’era dietro, ciò che veniva nascosto per non turbare le libagioni mentali del sempre incolpevole consumatore. Il carrozzone era partito e guai a fermarlo. Ora invece forse si può riflettere. Invece che dell’Italia di Lippi vorrei parlare della FIFA, responsabile della commercializzazione di ogni singolo prodotto relativo al calcio professionale, delle sponsorizzazioni e dei diritti TV, la cui fama nel mondo della palla di cuoio è paragonabile solo a quella di Re Mida tra i gioiellieri. Tutto quello che tocca questo piccolo ma potente gruppo di persone diventa oro.

Pensate che l’incasso dei mondiali 2010 è stato su un ordine di grandezza di 4,8 mld. di dollari. Da diversi anni il mondo del pallone professionale e tutto ciò che gli gira intorno hanno dimostrato di essere un circo mediatico imbastito a bella posta per riempire, assieme ad altre amenità “sui generis”, le discussioni e le passioni, a volte addirittura la vita, delle persone. In Sud Africa la situazione è se possibile molto peggiore di quello che si immagina e la catastrofe si rivela normalità. Anche lì gli ultimi, dopo essere stati dimenticati, sono stati frettolosamente nascosti come polvere sotto il tappeto per non urtare la sensibilità dei consumatori del Nord concentrati sull’evento dei mondiali. La Coppa del Mondo è andata in scena in un paese con quasi il 40% di disoccupazione e dove il 50% della popolazione vive con meno di un dollaro al giorno. E non mi si venga a dire che i mondiali porteranno beneficio a questi disperati perchè sarebbe un insulto alla mia pur limitata intelligenza.

In questo clima ecco uno stralcio dell’appello fatto pervenire all’ambasciatrice sudafricana in Italia Thenjiwe Mtintso, firmato da missionari come Zanotelli, Mondini e Bonato in occasione della Coppa del Mondo: “siamo oggi preoccupati per il trattamento subito dagli abitanti delle baraccopoli e dai venditori di strada in occasione della Coppa del mondo. Gli abitanti delle baraccopoli vengono forzatamente sfrattati e fatti vivere in transit camps, mentre ai venditori di strada è stato proibito di vendere la propria merce durante tutta la durata della Coppa del mondo. Ai poveri non è stato concesso di partecipare alla costruzione di un percorso comune che portasse verso la Coppa del mondo. Al contrario la Coppa del mondo è divenuta l’occasione per ristrutturare le città secondo criteri che favoriscono solo le élite. I poveri vengono spinti fuori, lontani dagli occhi dei turisti e dei giornalisti. Peraltro, le misure di sicurezza adottate in occasione dei Mondiali limitano fortemente il diritto dei cittadini a esprimere democraticamente il dissenso rispetto a questo stato di cose”. Ecco cosa rappresentano i Mondiali per chi non può permettersi nemmeno un pasto decente al giorno, solo un’altra occasione di umiliazione e di segregazione.

La produzione della Mascotte di questi mondiali, Zakumi, è stata bloccata dopo alcuni controlli in cui è emerso che gli operai che lavoravano alla sua fabbricazione facevano turni anche di tredici ore al giorno, per la misera paga di due euro. La ditta cinese, la Shanghai Fashion Plastic Products & Gifts, aveva ricevuto in subappalto il lavoro dal gruppo che gestisce il branding Fifa. Un’altra sberla in faccia ai deboli della terra. In Italia tra intercettazioni pre legge-bavaglio e scandalosi retroscena abbiamo scoperto che Moggi non era l’unico a tirare l’acqua al suo mulino – ma qualcuno ha creduto davvero alla barzelletta che lo vedeva dipinto come il “Licio Gelli” del calcio italiano? – e oggi viene a galla, attraverso il processo a suo carico, la verità più semplice e meno accettabile: una “fotografia di gruppo” che inchioda al muro l’intero mondo patinato del pallone con le sue finte partite, i suoi arbitri accomodati e/o accomodanti oltre ai suoi giocatori trasmutati in gladiatori mercenari del nulla.

Eccoli che riempiono i palinsesti televisivi e gli spazi pubblicitari, i nuovi “eroi” dal palleggio spigliato, paladini del mercimonio più indecente messi al centro dell’arena ad uso e consumo della plebe domenicale che segue pedissequamente questo lurido corteo comprensivo di “pupe”, “veline” e “puttane”, dove la differenza tre le une e le altre appare sempre più labile e indecifrabile. E’ inutile fare nomi, ma gente che dovrebbe rappresentare un esempio per le giovani generazioni, almeno così sembra voglia la nostra società, e che pubblicizza in modo tanto naturale quanto spudorato il gioco d’azzardo, lasciatemelo dire, è proprio il miglior biglietto da visita dell’Italia ai mondiali. Come dice Vasco, “non c’è più religione”, o meglio, l’unica religione rimasta, è la religione del “Life is Now”. Poco importa quello che c’è dietro, ciò che viene nascosto per non turbare le libagioni mentali del sempre incolpevole consumatore.

Il carrozzone è impazzitoto e guai a fermarlo. Si dice che tutto il mondo è paese e a me i mondiali di calcio 2010 ricordano effettivamente il nostrano G8 dell’Aquila: tanti sorrisi di circostanza, tante promesse mancate, tanti, tanti soldi buttati al vento e sprecati, tante false parole di cordoglio per le umane tragedie e gente che, dopo aver riso al telefono dell’accaduto, raccoglieva le messi del “Capitalismo dei disastri”, con le vittime, “quelle vere”, impossibilitate perfino ad avvicinarsi agli incontri istituzionali conditi da “lustrini e cotillon”, dove i posa ceneri, solo i posa ceneri sono costati ben 160.000 euro. Non è stato permesso agli aquilani già gambizzati dal terremoto di rendere visibile il loro malessere di fronte ai “grandi della terra” e quei pochi che hanno provato a protestare sono stati ricacciati indietro come dannati fuggiti dall’inferno, i loro diritti e la loro dignità di cittadini sono stati calpestati da uno Stato che li ha confinati per mesi dentro ai campi di accoglienza… Ora i soldi per l’Aquila sono finiti, molti non hanno ancora una casa, moltissimi non la potranno più ricostruire, ma nessuno ne parla. Abbiamo altro per la testa.

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