FOSSATI: L’INIZIO DELLA FINE E’ COMINCIATO

FOSSATI: L’INIZIO DELLA FINE E’ COMINCIATO

L’inizio della fine comincia dalla Cina e da Marco Polo, da un tempo lontano e da una canzone datata 1984 che si chiama Viaggiatori d’Occidente: davanti a un teatro degli Arcimboldi da tempo completamente esaurito, ieri sera Ivano Fossati ha portato a Milano la prima data del suo ultimo tour, quattro mesi di concerti che si concluderanno il 25 febbraio chiudendo di fatto la carriera del cantautore genovese dopo il ritiro annunciato lo scorso ottobre. Un annuncio che ha generato sconcerto tra i fan e gli appassionati  che sono consci di perdere una delle voci più lucide e poetiche della musica italiana. Dopo aver aperto il concerto con una lettura simbolica ispirata a Il Milione di Marco Polo Fossati ha intonato due canzoni tratte da un disco di trent’anni fa, Ventilazione, continuando per tutta la serata a percorrere con un suono teso, compatto, molto elettrico, il tema del viaggio, il filo conduttore del suo lungo addio. C’è una scena che spiega questa atmosfera, e arriva nel secondo tempo, quando Fossati presenta la band, e racconta di essersi accorto che il suo palco è diviso in due. Alla destra la sezione ritmica (il figlio Claudio alla batteria, l’ottimo bassista Max Gelsi) e il fido chitarrista Fabrizio Barale. Cosa suonereste, gli chiede? E loro attaccano “Whole lotta love”.

Alla sua sinistra la violoncellista Martina Marchiori, il chitarrista Riccardo Galardini e Pietro Cantarelli (tastiere). Fa la stessa domanda, e loro attaccano un brano di musica da camera. Poi chiede al pubblico: io dove devo stare, di qua o di là? Il pubblico tentenna, lo spinge a restare al centro. Ma a Fossati scappa un “io preferirei da questa parte”, quella elettrica. La dimensione rock prende spesso il sopravvento, ma quella più tranquilla c’è, eccome, quando Fossati si siede al piano, magari accompagnato da una chitarra (per una bellissima versione di “Mio fratello che guardi il mondo) o in totale solitudine (per esempio per la sempre devastante “La costruzione di un amore” o per “Settembre”, canzone dell’ultimo disco che ne sembra il seguito ideale, per certi versi). Anche quando canta i grandi classici lo fa senza enfasi, come ne “La musica che gira intorno”, meno urlata del solito nel finale corale. L’amore e gli affetti oggi più che mai sono visti come rifugio dai dolori del mondo. Al tempo stesso l’artista genovese non dimentica di posare il suo sguardo attento e attuale sulle urgenze sociali di questi tempi sempre sbandati, a cominciare dagli “ultimi della terra”.

Il Fossati di oggi quando vuole dire qualcosa di forte, lo fa senza paura della potenza del suono e dell’uso di chitarre elettriche. In un paio di occasioni, poi, trova persino il coraggio di tirare fuori la voce arrivando ad urlare lo sdegno e l’indignazione, quando è urgente o necessario farlo. Non temete, la storica passione per il pianoforte è rimasta e in alcune canzoni c’è tutto il Fossati più intimo e incantatore. Capita poi una piccola rivoluzione: per la prima volta troviamo alcuni pezzi a cui presta solo la voce, lasciando gli strumenti alla sua band. E allora, dopo la via della Seta, ecco le “luci di nylon rosa” della Bleecker Street di New York in Viaggiatori d’Occidente, l’Iraq di Saddam Hussein in Stella benigna e ancora il lungo tragitto dei migranti tra l’Africa e la Sicilia di Mio fratello che guardi il mondo (la mia preferita).

Sostenuto dal solito manipolo di fidati, cinque musicisti tra cui il figlio Claudio, Fossati ha suonato ventisei pezzi compresi in un arco di tempo vastissimo, dal 1979 di E di nuovo cambio casa fino all’ultimo Decadancing. In mezzo, tra I treni a vapore e un pensiero “ai gerani e alle parole d’amore” della sua Genova in ginocchio, anche sorrisi e tanto buonumore, nessuna atmosfera di commiato, anzi, semmai il contrario, con un Fossati felicemente irresponsabile, a partire dalla gag di metà concerto in cui fa capire al pubblico di vivere sospeso tra il rock dei Led Zeppelin e i minuetti classici. La conclusione, inevitabilmente, Fossati la affida a uno dei suoi inni, quella Una notte in Italia che, nonostante abbia venticinque anni, mai come ora suona profetica, carica di presagi positivi, con il sipario che cala e con il futuro che, almeno questa volta, “viene a darci fiato”.

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