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GIOVANNI PAOLO II. IL MIO RICORDO

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Una radio ricorda i tanti appuntamenti per la beatificazione di Giovanni Paolo II, definendolo «compagno di viaggio per l’uomo di oggi». Mi piace. E così mi fermo a ricordarlo. E ricordo bene il suo lungo pontificato, in cui si è prodigato nel proclamare i diritti con fermezza, con mitezza, senza debolezze o tentennamenti, soprattutto quando doveva misurarsi con resistenze e ostilità e rifiuti. Era un figlio del Concilio e aveva un senso acuto e una chiara percezione dei segni dei tempi e sapeva esprimerlo con grande semplicità. La sola espressione «non abbiate paura» è stata fantastica, perché aveva percepito che i regimi totalitari, ma non solo, incutevano paura alla gente. La volontà di liberare la gente da questa paura ha guidato sempre i suoi interventi. Lo ricordo con grande commozione. Soprattutto per la testimonianza che ha reso nella grande sofferenza prima della morte. Mi colpì molto l’ultima sua apparizione, la domenica precedente quando l’emozione gli impedì di pronunciare le ultime parole. La pace che ci ha lasciato morendo nasce di certo dalla profonda fiducia della provvidenza divina, con la quale ha vissuto l’intera sua vita. La sua è stata una vita cristiana, segnata anche dalla croce, seguita da una morte profondamente cristiana. Ricordo la sua azione ferma, incrollabile, con un’energia che non venne mai meno. Sempre nel segno della carità, della capacità di donarsi in modo generoso, senza riserve, senza misura, senza calcolo. Ciò che lo muoveva era l’amore verso Cristo, a cui aveva consacrato la vita, un amore sovrabbondante e incondizionato. Giovanni Paolo II si è lasciato consumare per la Chiesa, per il mondo intero: la sua è stata una sofferenza vissuta fino all’ultimo per amore e con amore. In modo particolare durante l’ultimo periodo del suo pellegrinaggio su questa terra: la progressiva debolezza fisica, infatti, non ha mai intaccato la sua fede rocciosa, la sua luminosa speranza, la sua fervente carità. Quello che mi colpisce di più oggi è la sua continua presenza nel cuore della gente, che vive un’autentica devozione nei suoi confronti. Penso che sia il frutto del suo particolare carisma di essere vicino alle persone che aveva davanti, ascoltando i loro problemi e facendosi carico dei loro problemi, pur conservando un certo silenzio di fondo, che nasceva dalla sua unione con Dio. Da questo di certo nasceva la grande pace e serenità che trasmetteva sempre, pur essendo impegnatissimo e provato fisicamente. Davanti a lui si aveva subito l’impressione di avere a che fare con un uomo di preghiera. Questo, si può dire, era il segreto del suo carisma. Anche se il suo Pontificato ha cambiato la storia non viveva con orgoglio umano; si sentiva piuttosto uno strumento di Dio. E in tutto questo l’unico suo strumento erano le parole: sapeva trovare quelle giuste al momento giusto con grande semplicità, vedeva dove era il male e dove era il rimedio. È stato un grande pastore che, come successore di Pietro, ha lavorato per l’unità della Chiesa. E poi era un grande missionario. Nella missione ha aperto strade inedite, come quella della nuova evangelizzazione. Anche nel momento della morte Giovanni Paolo II ha lasciato una grande pace, una fiducia e un abbandono che hanno sempre animato la sua vita. È questa una parte importante dell’eredità umana e spirituale lasciata da Karol Wojtyla. 

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