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GIOVEDI 15 MAGGIO A ROMA OMAGGIO A EDDY BERSELLI

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Nel maggio scrorso mi aveva invitato a Bologna per presentare il suo spettacolo “Sarà una bella società” da lui scritto con le musiche di Shel Shapiro. E’ l’ultima volta che l’ho visto.  Pochi giorni fa l’ho chiamato per gli auguri di pasqua. Ma non riusciva a parlare.  Era simpatico, brillante, colto, arguto, sempre pronto alla battuta come alla lucida riflessione. Era emiliano doc ma amava Roma e ci veniva spesso e sempre volentieri.  Ora è morto Edmondo Berselli, a 59 anni, ma non lo dimentichiamo.  Scrittore e giornalista, autore di teatro e di tv, critico televisivo e critico musicale. Sapeva fare tutto bene. Ma la cosa che ha fatto meglio è la lezione che ha lasciato, quello sguardo particolare sugli affetti e sulle cose di tutti i giorni, e la capacità di ritrarre i personaggi e di spiegarli, come se si stesse assieme sotto a un portico nell’aia, dietro ai filari di pioppi.

  Aveva appena finito di scrivere il suo ultimo libro, lottando come sapeva fare lui contro il dolore e le pene, da modenese con radici trentine, questa strana congerie di pianura e di cime, che lo rendeva alla fine un introverso romantico, così sensibile agli affetti, ai valori e a tutte quelle buone cose che vengono da lontano.  Stava male da parecchio, Eddy, come lo chiamavano gli amici.  Ma non ha mai mollato niente, ha continuato fino all’ultimo a scrivere i suoi articoli sulla Repubblica e L’Espresso, e persino a rispondere a tutti quelli che lo tormentavano con email e messaggi telefonici, anche solo per salutarlo.  Se gli ponevi un problema, s’affrettava solo, quasi vergognoso: “Adesso non ho tempo. Devo fare questa battaglia”.  Ecco, l’ha fatta. Il suo ultimo libro, lui che non era un economista, l’ha scritto sulla crisi economica, ed è un saggio sorprendente dove s’intravede una uscita salvifica cristiana e solidarista, che è quasi un contrito atto di fede lasciato da un intellettuale laico così disincantato come lui. 

Lo presenteremo Giovedi 15 maggio alla casa del cinema di Roma alle ore 21.  Il suo testamento, in fondo, Eddy l’ha lasciato, e non mi riferisco solo a quella decina di libri che ha mandato dagli anni 90 in poi nelle classifiche dei più venduti, da Post italiani, forse il titolo di maggior successo, agli ironici Sinistrati e Venerati maestri.  Con quel suo stile un pò lunatico, come l’ha definito qualcuno, quel divagare picaresco da un’idea a un aneddoto e a un’intuizione, nessuno ha saputo raccontare come lui una terra e un Paese così complicati. L’ha fatto con amore e con una sorta di melanconia, quasi leggesse nello scorrere veloce che gli ha dato la vita la capacità di una dolenza misteriosa e di un ironico distacco.  Un pò, era diviso in due. Edmondo Berselli è sempre stato molto esclusivo con gli amici, da vero trentino. Ma poi con loro era un emiliano che faceva la notte suonando alla chitarra tutte le canzoni di Lucio Battisti, scherzando sulla vita davanti a piatti di tigelle e gnocchi fritti. Adesso aveva pure imparato a suonare il pianoforte.

  Noi che le abbiamo passate, quelle notti, le rimpiangiamo come rimpiangiamo lui.  Edmondo è stato a tutti gli effetti una scoperta dell’Avvocato della Ferrari Luca di Montezemolo, che leggendo i suoi fondi sulla Gazzetta di Modena diretta da Pier Vittorio Marvasi ne rimase così incuriosito da volerlo conoscere di persona.  L’inizio del suo successo lo deve però, in realtà, a un cult book, Il più mancino dei tiri, che lui, dolente e appassionato tifoso juventino, dedicò al «piede sinistro di Dio», l’anarchico fuoriclasse dell’Inter Mariolino Corso, uno che metteva il suo genio e la sua sregolatezza in quell’immagine tanto di moda negli anni 60, con il passo sbilenco e i calzettoni abbassati sulle caviglie, come Omar Sivori o come George Best e Gigi Meroni, gli eroi un po’ folli di quell’era beat che aspettava il ‘68.  A differenza del numero dieci argentino, che aveva vestito i suoi amati colori bianconeri, Corso era più identificabile in una sola squadra, l’Inter, che più della Juve aveva rappresentato quell’era, con i suoi successi e la sua epica morattiana.  Il fatto è che quegli anni sono stati uno dei grandi amori di Berselli, un amore emotivo e intellettuale insieme, e non solo perché erano quelli della sua giovinezza, ma perché ci coglieva quella spinta ideale così piena di fiducia nel futuro che noi non abbiamo mai più saputo ritrovare.  Forse basta davvero accontentarsi di ascoltare le sue storie, accoccolati su un divano, perché Eddy non muoia mai.

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