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GLI STUDENTI HANNO DIRITTO ( e dovere) DI PROTESTARE

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Non manifestate, piuttosto piegatevi solo sui libri, senza battere ciglia, soprattutto senza pensare e guai a voi se esprimete un’opinione. Non sono le battute di qualche spettacolo teatrale che raccontava una società di sessant’anni fa, ma ciò che oggi, nel 2010, epoca della rete, dei social network, ha detto un ministro della Repubblica di casa nostra Eccolo il balzo indietro di mille generazioni, ecco la destra trombona che come le tre scimmie non parla, non sente, non vede. E si chiude a riccio su stessa, sbattendo in vicoli ciechi. Credo invece che gli studenti, come chiunque alzi un dito e abbia voglia di partecipare alla discussione pubblica (specialmente se implica decisioni sul loro futuro), abbiano il diritto di protestare, di manifestare, di sventolare bandiere, fazzoletti, pensieri, idee.

Per esprimere posizioni, proposte, concetti, tesi: ma come, ci si lamenta sempre delle nuove generazioni amebiche e abuliche, e poi proprio quando scendono in piazza per dare un segno di vita, le istituzioni si tappano le orecchie? O le delegittimano? E poi a cosa serve criminalizzare gli studenti? Per caso qualcuno nell’esecutivo ha nostalgia di scenari del passato? Senza scomodare il sessantotto, sarà forse il caso di capire che le rivolte giovanili, piaccia o no, rappresentano una parte integrante della dialettica del romanzo pubblico della nazione. E chi lo nega, fa torto, sapendo di farlo, non solo alla storia scritta e presente nelle memorie, ma anche a se stesso in quanto istituzione. Una politica che si dice seria, matura ed europea, e che issa quotidianamente il vessillo del bene comune e del rispetto degli elettori, dovrebbe per questo parlare con chiunque scenda in piazza. Per capirne le motivazioni, per intercettarne i bisogni, per smorzarne i timori e le paure, per alleviarne le ansie.

Per rassicurarli su un futuro che, per tutti, sarà inevitabilmente diverso dal passato. Per mille ragioni, economiche, sociali, culturali, politiche. Qui siamo di fronte a una destra barricadera che semplicemente non ha capito nulla, annebbiata da un bacchettonismo anacronistico, afflitta da personalismi di cemento, oltre i quali non c’è spazio per null’altro. Che propone modelli di plastica, con tutte le componenti al posto giusto. Incapace anche di spiegare con convinzione le proprie riforme. E se qualcuno non è d’accordo, beh, non importa poi molto. Se la Capitale è invasa da giovani che manifestano, vorrà pur dire qualcosa.

Se ricercatori e precari salgono sui monumenti italiani, se immigrati si issano sulle gru, se il paese insomma chiede attenzione, il Governo del fare finta di non può derubricare tutto a “l’ennesima polemica dell’opposizione”. Perché non c’è opposizione, minoranza o maggioranza che tenga. Qui c’è un sistema con mille criticità, c’è un’impalcatura sociale che si fa sempre più fragile. E che non viene ascoltata, anzi, sistematicamente degradata a tedioso cinguettìo. Così non ci si accorge che quelle grida degli studenti italiani per le strade, quegli slogan, quelle bandiere, quei fazzoletti, insomma quelle idee sono la forza scalpitante di un Paese vivo. Che vuole ascolto. Ma a Palazzo Chigi non l’hanno capito. Del resto come avrebbero potuto.

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