GOODBYE HAITI

GOODBYE HAITI

Milano. Tardo pomeriggio di un gelido giorno qualunque.  Mentre attendo il volo per rientrare a Roma, sono obbligatoriamente attratto da un enorme pannello a led che annuncia ad un gruppo di vacanzieri del volo Air France AF 2215 verso la Repubblica Dominicana – che occupa con Haiti l’altra metà dell’isola “hispaniola” – che a Santo Domingo “tutto procede normalmente e non ci sono stati danni causati dal terremoto che ha colpito Haiti. Tutte le destinazioni turistiche stanno lavorando normalmente, tutti i locali sono aperti ed il divertimento è assicurato”.  Mai è stato più appropriato: “show must go on”.  E con la mente torno indietro di 20 anni. Ricordo la prima volta che l’ho visitata e l’eco di una antica ninna nanna: “Haiti, il più bel paese del mondo”.  Penso a Haiti e penso alla struggente bellezza di una terra che i signori coloniali chiamavano l’“Isola libertina”. 

Penso ai Caraibi: panorami mozzafiato, clima mite, natura incontaminata, gente allegra, balli, canti e un pò o tanto sesso facile.  Adesso però ci sono migliaia di morti, urla disperate di chi ha perso la casa, i propri cari, che ci ricordano che Haiti è anche il “giardino del diavolo”: la “terra della alte montagne” nella lingua dei creoli che l’abitavano, terra sismica e vulcanica, martoriata dagli uragani che passano spesso da queste parti.  Adesso sui nostri schermi scorrono strade inondate di cadaveri, palazzi accartocciati, un’umanità dolente con gli occhi asciutti e si parla di una crudele tragedia naturale, straordinaria e incomprensibile.  Ma in questa tragedia c’è poco di naturale, di straordinario e di incomprensibile.  Certo, il terremoto c’è stato, ed è stato molto forte.  Ma terremoti di quest’intensità ce ne sono molti ogni anno, e nessuno ha mai provocato simili devastazioni. 

Quei palazzi sono sbriciolati perché sono costruiti con la sabbia, senza cemento ne ferro, in una zona sovraffollata di umanità e miserie.  Perché a poca distanza dal paradiso caraibico, dai resort per occidentali, dalle case di quelle poche decine di famiglie che posseggono tutte le risorse del Paese ci sono – anzi, c’erano – immense bidonville, senza elettricità, con abitazioni indecenti fatte di sabbia, bambini denutriti.  Ad Haiti si è costruito con la sabbia, nonostante il rischio sismico fosse noto, anche se alla fine del XVIII secolo Haiti era la più ricca colonia francese in America ed è pure stata una delle prime nazioni del continente a dichiarare la propria indipendenza.  Oggi questo è il paese più povero delle Americhe ed uno dei più poveri del mondo: l’80% della popolazione vive in una condizione di povertà degradante e più della metà tirava avanti con meno di un dollaro al giorno. 

E questi due secoli di povertà sono trascorsi tra fierezza creola e voglia di indipendenza, sotto il continuo ricatto e sopruso di francesi, inglesi, tedeschi, americani, che hanno favorito la distruzione del tessuto socio-economico delle campagne e l’esodo verso la capitale, che è diventata un immensa accozzaglia di gente senza futuro.  Haiti è stata oppressa e sventrata da feroci dittature, come quella di Francois Duvalier, “papa doc” e di suo figlio baby doc, sempre con la benevola complicità dei vicini amici americani.  No, non c’è niente di naturale, di straordinario e di incomprensibile in questa tragedia.  E’ tutto chiaro, anche per i sopravvissuti che camminano sopra un tappeto di morti in un silenzio spettrale, mentre dalle case sbriciolate riemergono, come zombi evocati dai riti voodoo, facce imbiancate di sopravvissuti dagli occhi spenti, gente a cui non resta neppure tempo per piangere e seppellire i propri familiari e la propria vita di merda di un tempo. 

Non c’è fatalità sulla tragedia di Haiti, mentre un vento caldo sparge l’odore di morte tra case e strade squarciate dalle grida dei sepolti vivi che nessuno riuscirà a salvare.  E’ tutto ordinario e comprensibile.  Adesso Haiti non è più un paradiso perduto ma solo un inferno presente.  Adesso arrivano i cargo pieni di solidarietà tardiva e un po’ipocrita, lacrime di coccodrillo che si asciugheranno quando tra pochi giorni si spegneranno i riflettori dello show mediatico.  Ma rimarrà di certo il soffocante abbraccio di “protezione” degli amici americani, brasiliani, francesi.  Ma Haiti è morta.  Per le migliaia di bambini nella polvere in cerca di genitori che non torneranno più, resta solo l’eco di una antica ninna nanna: “Haiti, il più bel paese del mondo”.  Già.  Un mondo che guarda, piange distratto e se ne va.  Show must go on, goodbye, Haiti.

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