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“HOW ARE YOU”?

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Come stai mentre muori ogni giorno di più! Sono quasi le tre, e fa freddo. Fa molto freddo ai bordi della periferia romana. Simone, 34 anni si incammina a piedi sulla Cassia bis dall’ospedale Sant’Andrea verso casa. Cancro all’intestino in fase terminale.  Vive senza niente da fare. Ogni idea, ogni pensiero, ogni progetto è sospeso. Collocato in un limbo creato ad una certa distanza tanto per renderlo vago e non badarci.  All’ospedale non lo vogliono tanto non possono farci niente. I medici lo danno per spacciato da sempre. I dottori sono buoni diplomatici, non lasciano mai trapelare ne la loro ignoranza meschina, sempre ben dissimulata da paroloni, ne i loro errori che finiscono regolarmente sottoterra nascosti da pile interminabili di scartoffie.  Magro come uno scheletro non fa più impressione a nessuno vederlo impazzire di dolore.

La vita ci abitua a tutto. Da due anni gli danno due settimane di vita. Dunque niente costose cure mentre lui agonizza impazzendo di dolore, tra continue emorragie interne ed il terrore della morte che lo castiga e non l’abbandona mai. Neppure nel buio della notte puttana, che rende un pò più dolce con una pilloletta rossa. Che potrebbe essere l’ultima. Notte puttana, notte bastarda, che per lui è sempre un pò più bastarda, un pò più buia, mentre parla con il suo dio che non risponde.  “La vita non è il paradiso né l’inferno” si sente ripetere al bar “Gilda” dal cassiere sorridente, frocio marcio, sudato, dal fegato spappolato e l’alito fedito, che sopravvive a fatica. Sammarzano perennemente in mano e camicia modesta, autunnale, logora, perennemente addosso. Una vita bruciata aspettando in chiusura qualche tossico bisognoso di 20 euro da succhiare, d’inverno un gol di Totti e d’estate tre ore a Torvaianica ombrellone fila 19, dove il mare è un’ipotesi, e tre di fila sotto il caldo del raccordo tra le macchine che borbottano come la sua Gilda. Degna moglie di un frocio, grassa e sporca, capelli unti e anima biliosa, con la bocca che puzza di carogna. 

Simone gli sorride “Good afternoon. How are you?” . Ma in quel bar lo capisce e gli risponde solo Bettj, mulattina graziosa color cannella, cioccolatino domenicano calda e sensuale, sesso sicuro, succoso e odoroso, al lavoro per i suoi clienti perbene giacca e cravatta degli uffici della Balduina già dalle 9,30, con la sua bambina di tre anni in braccio. Un portamento fantastico, una gonna corta bianca sempre più corta, sempre più aderente, ed un culo sodo, bello, alto che scompiglia il paesaggio squallido di quel bar e scompiglia le vite modeste e mosce, come i loro cazzi, di quegli impiegati modesti, uscieri della vita, bidelli in servizio permanente che vorrebbero amarla ma non possono permettersela; giovani impiegati di quarto livello che vorrebbero vivere con lei un paio di vite. E che fa tanta rabbia a qualche signora a digiuno di sesso dal secolo scorso, che muore d’invidia, e s’inventa una morale tutta sua per offenderla a voce alta e provare a mandarla via.  Sul muretto tre balordi….“How are you” Simone.  Il più decente è Felipe “Chacha”.

Guaracha e marijuana sempre a portata di mano. Nato chissà dove e chissà da chi nella bruma della sera di Puerto Rico. Per trovare la forza di correre tra un festival ed uno stadio gonfio di gente a suonar boleri, con il suo pianoforte in penombra, ha lasciato la sua vita dentro una lattina di birra. Ora canta e suona la chitarra raccontando storielle per pezzenti, poco meno di lui, sul muretto del bar “Gilda”.  Il più buono è Totò. In ogni crepuscolo ricorda il suo mare siciliano dorato ed il profumo di zagare che saliva sul costone di casa sua. Venuto in continente per lavorare, pensando che la vita lo aspettasse, ora non si aspetta più niente dalla vita, e vive a 40 anni imprigionato nel corpo di un vecchio miserabile che avanza lentamente, mendicando tra i passanti per un goccio di Stock, cercando invano di incrociare gli occhi di qualcuno di quei signori eleganti che, per non farsi sorprendere, camminano in fretta anche se non sanno dove andare, spaventati dall’idea di fermarsi un momento e scoprire che non sanno dove sono.  Poi c’è Nanni. Con le sue paure che si scontrano dolorosamente con la realtà ed i bisogni. Il corpo da una parte lo spirito dall’altra. Fatto a pezzi da una paura per tutto. Cerca di capirci qualcosa. Ma è difficile. Fin da bambino con quella paura addosso.

Ha frequentato una palestra di box. Si è imposto di vincerla. Ha cercato di diventare un duro. Ha cercato di colpire duro. Ma c’era sempre quella sfottuta paura. Di giorno, di notte. Difficile capirci qualcosa. Ha tirato pugni fuori. Ha tirato pugni dentro di se tra un fremito, un gemito, un ghigno. Ma niente. Quella paura sempre li notte e giorno mentre lui spazzava via tutto e tutti dalla sua vita. Per paura di tutto.  “Tutti hanno paura” dicevano. E lui a dirsi “tutti hanno paura”. E li ancora una volta ad imporsi di vincerla prima che affiori a bloccare ogni altro sentimento. “Ma non farci caso” diceva il papà. “Fai finta che non esista” diceva la mamma. “E’ normale” dicevano gli amici. “Vedrai che passa” gli dicevano i dottori.  Nanni ora è li sul muretto ogni giorno. Orario continuato, domenica compresa. Con il suo piacevole doppio rum che sa di diesel.  Al suo fianco, dietro e davanti ha fatto abilmente piazza pulita di tutto. Amori zero, sentimenti zero, amicizia zero, futuro zero. Di che puoi aver paura se non hai niente in cui credere, nulla in cui sperare e nulla da perdere. Se non quella paura che, lei si, è sempre li.  “How are you” Simone che stai morendo e non sai perché.  “How are you” Simone che è tutto come sempre. E sai che certe cose non cambieranno mai.  “How are you” Simone che stai morendo nel silenzio del mattino. Nel freddo della sera. Nell’oscurità del giorno nuovo. Nel rumore inutile e immobile che stronca i sogni e diventa tomba.  “How are you”? Come stai mentre muori ogni giorno di più! 

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